LETTURA - POESIA

Alessandra Mazzi e l’esordio letterario “Robe da Mazzi”

Alessandra Mazzi, consulente per liberi professionisti e piccoli imprenditori, debutta nel panorama letterario con “Robe da Mazzi”, una lettura dai caratteri audaci e ironici che non lascia spazio all’autocommiserazione. Scopriamo qualche dettaglio in più sul romanzo e sull’autrice attraverso questa intervista…

 

Ciao, Alessandra. Cosa ti ha spinto a scrivere “Robe da Mazzi”? Come hai pensato al gioco di parole nel titolo?

In realtà “Robe da Mazzi” esisteva molto prima del libro. Era un titolo che avevo nel cassetto da anni, nato quasi per gioco come hashtag da usare sui social per raccontare tutte quelle cose assurde, improbabili, divertenti, a volte surreali, che capitano più o meno a tutti. Con una piccola differenza: io ho sempre avuto un bisogno quasi patologico di raccontarle. Il mio cognome, ovviamente, ha fatto il resto. “Robe da Mazzi” era perfetto perché poteva voler dire tutto e niente: episodi, pensieri, figuracce, relazioni, pezzi di vita. Tutte quelle cose che ti succedono e che, mentre le vivi, pensi: questa non può essere vera. E invece sì. Il libro, però, è nato molto dopo. Ed è nato al telefono con la mia amica Sara. Le stavo raccontando dell’ennesimo date di quei mesi, uno di quelli nei quali avevo riposto decisamente più aspettative del necessario e che si era appena rivelato, con ammirevole puntualità, l’ennesimo buco nell’acqua. A un certo punto è arrivata quella frase che prima o poi qualcuno dice a tutti: “Dovresti scriverci un libro.” Solo che io, invece di ridere e cambiare argomento, l’ho fatto davvero. E credo che “Robe da Mazzi” sia nato esattamente lì: nel momento in cui ho capito che non volevo raccontare soltanto gli uomini incontrati, ma tutto quello che quelle storie dicevano di me. Le aspettative, le proiezioni, le red flag viste benissimo e ignorate con grande professionalità, le giustificazioni, le speranze messe dove probabilmente sarebbe bastato mettere un caffè. Da quel momento il vecchio hashtag ha trovato finalmente la sua destinazione naturale. Non più soltanto “robe” da raccontare. Robe da Mazzi, per davvero.

Se dovessi descrivere il romanzo in tre parole, quali sarebbero?

Ironico. Spietato. Liberatorio. Ironico, perché ho sempre pensato che certe verità entrino meglio se prima le fai ridere. Spietato, perché nel libro non faccio sconti agli uomini che racconto, ma soprattutto non ne faccio a me stessa. Sarebbe stato comodissimo scrivere dodici capitoli per dimostrare che avevo incontrato una collezione particolarmente creativa di casi umani. Poi però restava un piccolo dettaglio da spiegare: il denominatore comune ero io. Ed è lì che il libro è diventato davvero interessante. Liberatorio, perché arriva un momento in cui riesci a guardare cose che ti hanno fatto soffrire, che hai idealizzato, giustificato, sezionato con le amiche per ore… e finalmente ci ridi sopra. Non perché non abbiano fatto male. Ma perché hanno smesso di comandare. “Robe da Mazzi” parla di questo secondo me: non di smettere di sbagliare uomini. Di smettere di sbagliare noi stesse mentre li scegliamo.

C’è un aneddoto particolarmente divertente, legato alla scrittura del romanzo? Avresti il piacere di raccontarlo?

La cosa più divertente è che, mentre scrivevo, mi capitava spesso di rileggere una scena e pensare: “No. Questa è troppo. Nessuno può credere che sia successa davvero.” Poi mi ricordavo che non solo era successa davvero, ma ne avevo anche discusso per tre ore con le mie amiche, davanti a un bicchiere di vino (il loro naturalmente), cercando di capire se lui fosse emotivamente indisponibile, semplicemente confuso o solo molto bravo a farmi credere che ci fosse qualcosa da capire. Ed lì ho iniziato a sentirmi un po’ Bridget Jones e un po’ Carrie Bradshaw. Ho scelto di volermi orientare un po’ più la seconda, anche se senza Manolo Blahnik, purtroppo, ma con una discreta collezione di Mr Big all’attivo! Uomini affascinanti, complicati, sfuggenti, capaci di lasciarti abbastanza segnali da farti pensare che forse, questa volta, ci fosse davvero qualcosa… e abbastanza dubbi da costringerti a convocare il consiglio di amministrazione delle amiche. La differenza è che Carrie ci scriveva una rubrica. Io, evidentemente, avevo accumulato abbastanza materiale per dodici capitoli. Credo che il momento più divertente sia stato proprio capire che non dovevo rendere le storie più interessanti. Dovevo quasi renderle meno assurde per farle sembrare vere. Alla fine, sentimentalmente, alcuni uomini sono stati investimenti piuttosto discutibili. Editorialmente, invece, hanno avuto un rendimento eccezionale. Non mi hanno lasciato la storia d’amore. Mi hanno lasciato una storia da raccontare. E alla fine il mio vero Mr Big è arrivato alla fine del libro. Come nelle migliori storie.

Non ti poni come un’insegnante di vita: quale atteggiamento hai nei confronti dei tuoi lettori? Senti qualche responsabilità?

Non mi sento un’insegnante di vita. E nemmeno pretendo di esserla. Anche perché, diciamocelo onestamente, prendere lezioni sentimentali da una donna che ha avuto bisogno di dodici capitoli per capire certe cose mi sembrerebbe un azzardo o quanto meno un vero e proprio atto di fede. Io non dico mai: “Devi fare così.” Dico: “Io ho fatto così. E guarda dove sono finita.” Per me il punto non è insegnare. È accendere una luce. Perché nelle relazioni siamo tutti bravissimi a fare l’autopsia dell’altro. A capire perché non ha chiamato. Perché si è allontanato. Perché aveva paura. Perché non era pronto. Perché aveva un trauma. Perché Mercurio era retrogrado. Molto meno bravi a chiederci: “E io perché sono rimasta?” solo che io, da coach, ho un vero e proprio debole per le domande. Perché sono le domande che cambiano tutto. Non per colpevolizzarsi. Non per dire che quello che ci hanno fatto va bene. Ma perché finché tutto il potere e la responsabilità sono nelle mani dell’altro, noi restiamo ferme ad aspettare una spiegazione. Quando invece inizi a vedere quello che hai accettato, giustificato, idealizzato, trasformato in “potenziale” quando davanti avevi semplicemente dei fatti… lì qualcosa succede. Fa male, a volte, ma è un male diverso. È il male di quando smetti di raccontarti una storia e finalmente torni dalla tua parte. Questa è la vera responsabilità che sento verso chi legge: non dare risposte comode, ma lasciare domande abbastanza scomode da restare addosso. Se una persona chiude Robe da Mazzi e, anche solo per un secondo, smette di chiedersi: “Perché lui mi ha fatto questo?” E comincia a chiedersi: “Perché io ho continuato a vederci qualcosa che non c’era?”Allora il libro ha fatto esattamente quello che doveva fare.

Che ruolo ha l’ironia nella tua vita? Credi che non tutti siano capaci di cogliere la profondità di questa strategia?

L’ironia, per me, è molto più di un mero “modo di comunicare”. È un modo di sopravvivere. È la cosa che mi ha permesso di attraversare momenti molto dolorosi della vita senza farmi definire da quei momenti. Di guardare il peggio senza fingere che non facesse male, ma anche senza consegnargli le chiavi di casa. Io non uso l’ironia per alleggerire le cose. La uso per superarle e andare oltre senza farmi inghiottire. Ed è proprio questo che, a volte, viene frainteso. C’è ancora l’idea che la profondità debba avere una faccia seria, una voce bassa e l’immagine di una finestra con la pioggia sullo sfondo. Io invece credo che si possa ridere anche quando si hanno le lacrime agli occhi e il cuore colmo di dolore. Che si possa dire una verità devastante facendo sorridere. E che, a volte, una battuta arrivi molto più in profondità di cento spiegazioni. Perché prima ti fa abbassare le difese. Poi ti colpisce. E magari ridi. Poi smetti. E pensi:

“Ca**o. Sta parlando di me.” Per me l’ironia più riuscita è esattamente quella. Quella che ti fa ridere e, mezzo secondo dopo, ti lascia addosso qualcosa. Non rende superficiale il dolore. Lo rende affrontabile. E, soprattutto, gli toglie potere. Perché quando riesci a ridere di qualcosa che un tempo ti ha distrutto, non significa che non abbia fatto male. Significa che, semplicemente, non decide più chi sei. Credo che questo sia il motivo per cui l’ironia è il tratto più riconoscibile di Robe da Mazzi. Non perché io voglia far ridere a tutti i costi. Ma perché, nella mia vita, ho imparato una cosa: ci sono ferite che guariscono quando smetti di raccontarle come tragedie e inizi a raccontarle come storie.

Stai lavorando a qualche nuovo progetto letterario?

Diciamo che la mia mente non è mai stata troppo prevedibile, in 37 anni… Quindi sì, qualcosa si muove…ma è ancora difficile prevederne i tempi o i modi di concretizzazione. Anche perché ho imparato che le idee, quando sono vive, ma non ancora ben definite, vanno protette un po’. Se le racconti troppo presto, rischi di spiegare una cosa che invece deve ancora sorprenderti. Posso dire soltanto che non mi interessa scrivere “il secondo libro” perché è la cosa che viene dopo il primo. Mi interessa scrivere qualcosa che abbia una ragione per esistere. Naturalmente continuo a osservare persone, relazioni, contraddizioni, frasi dette male, silenzi detti benissimo e tutto quel materiale umano che, purtroppo o per fortuna (per me), continua ad essere inesauribile. Posso sicuramente dire una cosa: se “Robe da Mazzi” è nato da tutto quello che non avevo capito mentre lo vivevo, il prossimo progetto potrebbe nascere da tutto quello che oggi vedo molto molto bene. Quindi diciamo che il materiale non manca. E conoscendomi, prima o poi diventerà qualcosa.

Alessandra Mazzi, ROBE DA MAZZI – Narrativa