Marco Piro: il pericolo di credere alla prima immagine
La superficie non mente necessariamente: semplicemente non racconta tutto. È attorno a questa distinzione che Marco Piro costruisce “Il muro della superficialità”, saggio che ha il pregio di partire da situazioni comuni anziché rifugiarsi nell’astrazione. Un curriculum, un voto, una fotografia, una sconfitta sportiva, il profilo di un social: frammenti reali con cui tutti facciamo i conti quotidianamente e che diventano ingannevoli quando pretendiamo di usarli come definizioni complete. Purtroppo però è così che stiamo costruendo la nostra società e il metro con cui starci dentro.
Piro insiste proprio sul nostro bisogno di trasformare la complessità in etichette, forse perché conoscere davvero richiede tempo, mentre giudicare è terribilmente rapido. Il libro funziona meglio quando porta questa riflessione nella quotidianità, come accennavo poco sopra: l’adolescente ridotto a un risultato scolastico, il lavoratore trasformato in una percentuale, l’atleta identificato con una prestazione, fino alla forma più sottile di superficialità, quella esercitata contro noi stessi quando scambiamo un errore per un’identità. Siamo in perenne competizione, estetica, numerica, di mera superficialità. Conta questo ormai… La tesi è dichiarata e talvolta ribadita con insistenza, ma la ripetizione finisce per essere coerente con l’intento divulgativo dell’opera. “Il muro della superficialità” non cerca infatti una teoria sofisticata quanto un esercizio, anzi un manifesto, anzi un imperativo di attenzione.

