BETTINO CRAXI, il più grande statista italiano

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di Roberto Fiordi

Correva l’anno 1985, e precisamente il 7 ottobre, quando in acque egiziane la nave italiana da crociera Achille Lauro venne posta sotto sequestro da un gruppo armato palestinese, formato da quattro membri, che rivendicava la liberazione di cinquanta connazionali detenuti nel campo di Nahariya, in cambio dell’incolumità del bastimento e dei suoi passeggeri. Nel caso in cui l’accordo non fosse stato raggiunto, era stata imposta la minaccia di far saltare in aria la nave.

All’epoca Giulio Andreotti ricopriva in Italia la carica di Ministro degli Esteri e Giovanni Spadolini quella di Ministro della Difesa. Appresa la notizia del sequestro, entrambi i ministri si adoperarono per una trattativa che non comportasse spargimento di sangue, ma la situazione sul fronte diplomatico lasciava intendere pochissime speranze.

In serata Andreotti, dopo aver convocato alla Farnesina l’unità di crisi, mise in azione i suoi canali diplomatici col mondo arabo. Yasser Arafat fece sapere di essere completamente estraneo alla vicenda e dunque il Ministro degli Esteri cercò di contattare i vertici politici egiziani, al fine di agevolare un negoziato.

L’allora Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Bettino Craxi, interpellò il presidente tunisino ricevendo garanzie e appoggi da parte sua.

Mentre Craxi e Andreotti si erano espressi a favore di un negoziato che scongiurasse possibili sciagure, il presidente statunitense, Ronald Regan, fece sapere che non sarebbe sceso a compromessi con i terroristi per nessun motivo, minacciando l’intervento armato sulla nave per liberare i passeggeri. Craxi dette allora la sua risposta al presidente statunitense dicendogli che, nel caso in cui l’assalto fosse stato compiuto, sarebbe dovuto essere guidato dalle forze armate italiane. Ronald Regan prese le distanze. Le trattative si conclusero con la resa da parte dei terroristi, e la mediazione, gestita da Abu Abbas e il governo italiano, prevedeva una via di fuga per i sequestratori verso un altro paese arabo.

La nave aveva approdato in Egitto, al porto di Port Said. Il governo del Cairo requisì un aereo civile, Boeing 737, per rispettare gli accordi presi e trasferire in Tunisia i quattro dirottatori, un ambasciatore egiziano con alcuni agenti e rappresentanti dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina), fra i quali lo stesso Abu Abbas, che scopriremo più avanti che fu uno degli organizzatori del sequestro dell’Achille Lauro.

Ronald Regan dette l’ordine d’intercettare l’aereo, dopodiché quattro F-14 Tomcat decollarono dalla portaerei navale USS Saratoga e affiancarono l’aereo. Intanto Washington si era assicurata che gli aeroporti della Tunisia, della Grecia e Libano non concedessero l’atterraggio al  Boeing 737. L’aereo egiziano fu indirizzato, dai caccia statunitensi, verso l’aeroporto Cosimo Di Palma di Sigonella, in Sicilia, che ospita anche la   Naval Air Station, della Marina Statunitense. Appresa questa notizia, il presidente del consiglio italiano, Bettino Craxi, intese acconsentire l’atterraggio a condizione di avere la gestione tutta italiana delle conseguenze. Ordinò segretamente ai vertici militari di mettere sotto controllo delle autorità italiane il velivolo. Il controllore di torre e il suo assistito intuirono che gli statunitensi avrebbero voluto fare atterrare l’aereo sulla base militare da essi gestita, così di loro iniziativa, concessero l’atterraggio dell’aereo civile sul piazzale lato est, che comprendeva la zona italiana; e nel frattempo avevano diramato la notizia all’Arma dei Carabinieri e alla Vigilanza Aeronautica Militare (VAM).

All’atterraggio del Boeing 737, cinquanta agenti italiani si schierarono in cerchio attorno all’aereo, ma trascorsero solo pochi minuti che a fari spenti e senza richiesta di permesso da parte della torre di controllo, due Lockheed c-141 starlifter si portarono nei pressi del Boeing, da cui scese un commando armato di cinquanta militare della Delta Force statunitense, con l’intento di prelevare dal velivolo Abu Abbas e i dirottatori. Gli ordini erano giunti da Washington. La tensione crebbe non appena i cinquanta militari statunitensi circondarono i carabinieri e gli avieri italiani. Bastò poco perché anche loro si ritrovassero stretti in un altro cerchio formato da una squadra di altri carabinieri con armi puntate, giunta nel frattempo dalle caserme di Catania e Siracusa.

La diplomazia fra Roma e Washington era legata ad un filo sottile. Da Washington giunsero intimidazioni, ma il governo italiano restò inflessibile.

Fu allora il Presidente statunitense, l’uomo più potente del mondo, Ronald Reagan, che infuriato decise nel cuore della notte di telefonare al Presidente del Consiglio con la pretesa che venissero consegnati i quattro terroristi e Abu Abbas all’arma statunitense, e fu proprio in quella occasione che Bettino Craxi mostrò i suoi muscoli e non si mosse dalle sue posizioni.

I reati erano stati commessi in territorio italiano e dunque toccava di diritto all’Italia prendere provvedimenti. Le tensioni crescevano sempre di più, eravamo ad un passo dallo scontro armato fra i militari statunitensi e quelli italiani; allora, alle 05.30, su ordine di Craxi, il generale dei carabinieri, Bisogniero, fece intervenire a Sigonella blindati dell’Arma e altri rinforzi, al punto di costringere Reagan a gettare la spugna e ritirare i suoi uomini.

Ma se anche il braccio di ferro fra i due tenaci presidenti fu vinto da Bettino Craxi, ciò non fece che lasciare da parte sua un debito personale nei confronti degli Stati Uniti d’America.

Bettino Craxi sin da giovanissimo aveva dato dimostrazione del suo carattere turbolento, al punto di costringere i genitori ad affidarlo al collegio cattolico comasco “De Amicis”, anche per sottrarlo ai rischi della guerra in corso, dal momento che il padre era un attivista antifascista.

Ha governato il Paese per ben quattro anni consecutivi, nel periodo che va dal 1983 al 1987; e se anche il suo operato ha portato la Nazione a essere in quegli anni la quinta potenza industriale nel mondo, riuscendo a primeggiare anche su Francia e Germania, il suo nome oggi è affiliato agli scandali, che lo hanno coinvolto, di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti, scoppiati agli inizi degli anni Novanta e conosciuti con l’appellativo di  Tangentopoli.

Seguace dello storico leader Pietro Nenni,  nel ’68 fu eletto deputato ed entrò nella segreteria del Partito socialista italiano come vice segretario, dove iniziò un’intensa attività di politica estera per il partito, per poi diventare segretario dello stesso nel 1976, proprio quando sembrava che il Psi fosse oramai giunto alla deriva. Il periodo non era dei migliori per il suo partito, mentre dai sondaggi c’era il Pci in forte ascesa.
Intuì dunque che era necessario dare una svolta. A ragion veduta, il suo obbiettivo fu quello di riformare il partito e soprattutto di modernizzarlo, dando vita a una dura battaglia ideologica nei confronti del Patito comunista italiano guidato da Enrico Berlinguer. Voltò le spalle agli idealismi leniniani e marxisti. Scucì il simbolo della falce e martello dall’emblema del Psi, modificandolo completamente: alla figura della falce e martello sopra il libro e sotto il sole nascente, sostituì l’immagine del garofano rosso.

In sella al suo Governo, Bettino Craxi nel 1984 dovette affrontare uno dei temi più caldi: il problema dell’inflazione che già da prima che s’insediasse a Palazzo Chigi aveva raggiunto indici elevati. E con il decreto del 14 febbraio ’84, dopo accordi con i gruppi sindacali Cisl, Uil e parte della Cgil, tolse gli autonomismi della scala mobile.

Il Pci non ci stette e così non solo mobilitò a Roma oltre 700 mila militanti comunisti a sfilare dinanzi alla Camera, ma si mise contro la volontà del Parlamento raccogliendo firme per la volta di un referendum. Il Partito comunista aveva ottenuto l’appoggio anche del Movimento sociale e parte della Democrazia cristiana, che quest’ultima si proponeva a favore dell’astensionismo da parte degli elettori, in modo che il presidente in carica venisse fatto fuori, ma allo stesso tempo che non si creasse una crisi politica a favore dei loro nemici storici. Ma Craxi non si tirò indietro e affrontò i rischi a volto scoperto, giungendo inaspettatamente alla vittoria referendaria. Una vittoria che assumerà il significato di svolta storica.

Fra i referendum, dopo il caso Enzo Tortora, Craxi promosse quello di ottenere la responsabilità civile dei magistrati, ovvero che dovessero rispondere in prima persona dei loro errori. Un referendum che trovò appoggio anche dai liberali e dai repubblicani. Fu vinto ma non fu eseguito.

Nella politica interna Craxi si oppose energicamente sia agli speculatori nel mondo finanziario che alla politica di privatizzazione delle aziende strategiche statali a fronte del debito pubblico. Si era reso conto che manovre del genere avrebbero fiaccato, se non annientato, l’industria nazionale e quindi le fonti di reddito statali. Con il programma di nazionalizzare la Banca d’Italia, scettro ormai nelle mani della finanza massonica e della finanza cattolica2 , si era tirato contro le antipatie del potere bancario. In politica estera, Craxi, dopo l’intensa attività svolta dal ’68 a favore dei partiti aderenti all’Internazionale Socialista, aveva da sempre posto l’attenzione sulle cause del terzo mondo dei paesi arabi, allo scopo di rafforzare la Comunità Europea. Pare che nel ’86 mise al corrente Gheddafi dell’incombente bombardamento statunitense, salvandogli la vita. Aveva intuito che la fuoriuscita di scena del dittatore libico avrebbe potuto comportare un traffico inarrestabile di migranti in Italia. Pur sostenitore del popolo palestinese nei confronti di Israele, che quest’ultimo vantava del sostegno statunitense nell’avanzata in Palestina, Craxi aderì al progetto degli Euromissili puntati contro l’URSS sul territorio italiano (in Sicilia), luogo di confine fra l’Est e l’Ovest, scelta iniziata già dai suoi predecessori.

Nonostante il suo appoggio alla NATO, il Presidente del Consiglio, aveva lasciato una ferita ancora aperta con gli Stati Uniti d’America, quella del caso Sigonella. Altresì, di ferite lasciate aperte ce n’erano altre: quella con le banche, quella con gli ebrei quando viene scoperto dal caso Gelli che Craxi finanziava Arafat e quello con i comunisti che aveva dato parere contrario all’adesione nell’Internazionale Socialista. Un’altra ferita aperta l’aveva anche con la Santa Sede, per le riforme ai Patti Lateranensi che aveva voluto.

Quella più grossa restava comunque quella con gli USA, tantoché sembra che a far muovere la macchina del pool di Milano, Mani pulite, fosse stato l’Intelligence americano, con l’obbiettivo di far fuori un alleato scomodo come Craxi, dati i suoi rapporti col Medio Oriente. Temevano di trovare contrasti a muoversi nel Mediterraneo.

Sembra infatti che, subito dopo l’arresto di Mario Chiesa e quindi proprio alla nascita dell’inchiesta Mani Pulite, ovvero ancora prima di arrivare a Bettino Craxi, l’allora punta di diamante del pool, Antonio Di Pietro, avesse anticipato ai referenti diplomatici americani, il coinvolgimento di Craxi e della Dc. 3

Ricevuto il primo avviso di garanzia, nell’agosto del ’92, in Parlamento, l’imputato si difese ammettendo che c’erano stati finanziamenti illeciti destinati al partito, ma ribadiva anche che era una questione che faceva parte del sistema in quanto i costi per mantenere la politica erano elevati; e come rispose Gesù con le famose parole: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei“, ai farisei e gli scribi che condussero a lui una donna sorpresa in adulterio e che secondo le leggi di Mosè avrebbero dovuta lapidarla, allo stesso modo Craxi provocò i presenti dicendo loro: “Si alzi in piedi chi di voi non ha preso finanziamenti illeciti in questo Paese “. Nessuno trovò il coraggio di farlo.

Per non essere arrestato fu costretto a esiliare ad Hammamet, in Tunisia, dove il  9 gennaio 2000 morì.

In un’intervista ad Hammamet, nel 1997, le parole di Craxi furono profetiche quando disse che l’Europa la presentano come un paradiso terrestre, ma per noi, nelle migliori delle ipotesi, sarebbe stata un limbo e nelle peggiori un inferno. E siccome l’Italia è un grande paese avrebbe dovuto pretendere, perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa, anche l’Europa ha bisogno dell’Italia. E quindi avremmo dovuto uscire e pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht.


  1. Immagine fonte Google
  2. Libre: La vera storia della fine di Craxi e l’euro rovina l’Italia
  3. Tangentopoli. Da Craxi a Berlusconi. Le mani sporche di Mani Pulite: QUELLO CHE NON SI OSA DIRE (L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo Vol. 104) [Formato Kindle] Di Antonio Giangrande