Damiano Piras: dialogando su “L’alba di una nuova Sfinge”
Giza, equinozi e simmetria: sono basi suggestive quelle che Damiano Piras sfida e con queste mette al centro un ribaltamento dell’ortodossia accademica con un saggio che miscela metodo scientifico e curiosità senza limiti. “L’alba di una nuova Sfinge” diventa un invito a guardare Giza non solo come luogo storico, ma come laboratorio di enigmi millenari.
Ciao Damiano, è un piacere averti con noi. Come sei riuscito a conciliare il rigore delle analisi storiche con l’immaginazione necessaria a ipotizzare la seconda Sfinge?
Il rigore delle analisi storiche ha rappresentato la base solida su cui costruire ogni ipotesi. Ogni deduzione è stata fondata su dati certi, verificabili e confrontabili con le conoscenze già consolidate sull’Altopiano di Giza. L’immaginazione, invece, ha agito come strumento complementare, permettendo di collegare tra loro questi dati e di individuare possibilità che completano e arricchiscono le letture già note. In pratica, le osservazioni storiche, geometriche e archeoastronomiche hanno fornito il quadro concreto, mentre l’intuizione ha guidato l’individuazione della posizione della seconda Sfinge e dei fenomeni ad essa associati. Questa combinazione ha permesso di sviluppare ipotesi coerenti, verificabili e inserite armonicamente nel contesto già studiato, senza mai sostituire i dati concreti ma offrendo nuovi spunti di comprensione.
La tua teoria si basa anche su dati computazionali: quanto è stata determinante la tecnologia moderna nella scoperta?
La tecnologia moderna ha avuto un ruolo fondamentale nel mio lavoro, soprattutto come strumento di verifica, precisione e approfondimento. Software dedicati hanno permesso di calcolare con esattezza il percorso del Sole in qualsiasi giorno e da qualsiasi punto dell’Altopiano di Giza, confermando ipotesi maturate in una fase precedente della ricerca. Accanto a questo aspetto computazionale, la modernità ha offerto una possibilità altrettanto decisiva: l’accesso a una quantità di documentazione che solo pochi decenni fa sarebbe stata molto più difficile da reperire. La consultazione di archivi digitali, pubblicazioni storiche, rilievi, fotografie e dati archeologici attraverso piattaforme online specialistiche ha consentito di condurre ricerche approfondite senza le limitazioni logistiche e materiali del passato. In questo senso, progetti come il Digital Giza Project dell’Università di Harvard hanno rappresentato una risorsa fondamentale, permettendo di incrociare in modo sistematico dati provenienti da campagne di scavo, rilievi storici e studi archeologici differenti.
Questi strumenti non hanno creato nuove ipotesi dal nulla, ma hanno fornito la possibilità di verificare, replicare e contestualizzare i fenomeni ipotizzati, offrendo un livello di accuratezza e completezza impossibile da ottenere solo con osservazioni tradizionali. Grazie alla tecnologia è stato così possibile integrare dati storici, geometrici e archeoastronomici, rafforzando la coerenza dell’ipotesi e consolidando la lettura complessiva dell’Altopiano di Giza come sistema unitario.
In conclusione, è inevitabile riconoscere che questa apertura e accessibilità rappresentano un cambiamento profondo rispetto al passato: generazioni precedenti non disponevano di queste stesse possibilità di consultazione, confronto e verifica, e tanto meno di poterlo fare in tempi rapidi. La ricerca contemporanea si muove quindi su un terreno radicalmente diverso, in cui la tecnologia non sostituisce il lavoro critico dello studioso, ma ne amplifica in modo decisivo le potenzialità.
Qual è stato il momento “aha!” in cui hai pensato: potrebbe esserci davvero una seconda Sfinge?
Quel momento risale a quasi dieci anni fa, quando venni a conoscenza per la prima volta di ipotesi precedenti riguardanti la possibile esistenza di una seconda Sfinge a Giza. È stato allora che la mia ipotesi cominciò a prendere forma, immaginando una posizione e un ruolo plausibili per questa seconda struttura.
Da allora, il percorso si è sviluppato in anni di ricerche, verifiche sul campo e analisi dei dati storici, geometrici e archeoastronomici. Quella prima intuizione ha rappresentato l’avvio di un’ipotesi che oggi si inserisce coerentemente nella comprensione complessiva dell’Altopiano di Giza.
Se dovessi raccontare la tua ricerca con una metafora cinematografica, quale useresti e perché?
Se dovessi raccontare la mia ricerca con una metafora cinematografica, la paragonerei a un film giallo o a un thriller archeologico, con momenti che ricordano davvero l’atmosfera di un “Indiana Jones”, soprattutto durante il lavoro sul campo, quando ero fisicamente immerso nel paesaggio di Giza con la sensazione di seguire tracce lasciate da un passato remoto. Ogni indizio, geometrico, archeoastronomico o storico, è come una prova sulla scena del mistero: va osservato, misurato, verificato e messo in relazione con gli altri, seguendo un percorso che conduce a una rivelazione graduale.
Tuttavia, più che un film d’avventura in senso stretto, la forma cinematografica che meglio rappresenta questa ricerca è probabilmente quella del docufilm. C’è una forte componente narrativa e suggestiva, ma tutto è ancorato a dati reali, osservazioni sul campo, calcoli, simulazioni e confronti interdisciplinari. La suspense non nasce da elementi di finzione, bensì dalla complessità del reale e dall’armonia nascosta tra architettura, cielo e simboli.
In questo racconto, la Sfinge nota e l’ipotetica seconda Sfinge diventano protagonisti silenziosi, il paesaggio dell’Altopiano di Giza è il grande set naturale in cui si svolge l’intera vicenda, e i moti del sole agiscono come movimenti scenici che scandiscono il tempo e rivelano significati profondi. Ogni osservazione, ogni calcolo e ogni simulazione è come un fotogramma che aggiunge un dettaglio prima invisibile, guidando progressivamente verso una riscoperta del paesaggio e del senso complessivo dei suoi monumenti.
In questo senso, la ricerca si sviluppa come una narrazione visiva fondata su dati reali, in cui il rigore scientifico convive con una forte capacità evocativa, e ogni passo contribuisce a rendere l’indagine un’esperienza di scoperta razionale e percettiva.
Pensi che il pubblico possa interpretare il libro più come un saggio scientifico o come un’avventura?
Il libro si colloca a metà strada tra un saggio scientifico e un’avventura. Da un lato, presenta analisi basate su dati concreti, verificabili e misurabili, con un metodo rigoroso che consente di seguire passo passo il percorso di ricerca. Dall’altro, racconta il percorso di scoperta, le osservazioni sul campo, le intuizioni e i momenti di conferma che hanno accompagnato l’elaborazione dell’ipotesi di una seconda Sfinge. In questo senso, la lettura può essere vissuta come un’avventura nel tempo e nello spazio dell’Altopiano di Giza, ma sempre ancorata alla realtà dei dati. Il pubblico può quindi apprezzare sia l’aspetto narrativo, fatto di sorprese e di scoperta graduale, sia l’aspetto scientifico, che mostra come ipotesi e verifiche si intrecciano. Così, il libro diventa uno strumento accessibile per comprendere l’armonia tra paesaggio, architettura, cielo e simboli dell’antico Egitto, permettendo al lettore di sentirsi parte della ricerca senza perdere il rigore delle evidenze.

