Daniel Dagrezio: sono fasi l’amore… sono visioni questo disco
“Le mie cinque fasi” appare come un progetto ambizioso e raro nel panorama indipendente nonostante ci troviamo dentro un pop dal perfetto stampo internazionale: eccoci di fronte un’opera pensata, strutturata con una filo narrativo, quasi cinematografica. Sembra di partire con un audiolibro e poi si dipana il suono solenne nelle sue soluzioni. Daniel Dagrezio sceglie di trasformare il dolore in linguaggio, evitando l’autocommiserazione e cercando invece una forma estetica capace di dare ordine al caos emotivo. Ecco come suona “Le mie cinque fasi”…
Tra le orchestrazioni della prima traccia, dentro i profili dub e industriali, l’immancabile drilling americano e poi via dentro le coralità degli incisi e le aperture in maggiore… la produzione e gli arrangiamenti diventano estensione emotiva e psicologica del racconto. Memoria, frattura e rinascita… va detto, non me ne voglia l’artista lombardo, che da un lato la vastità del progetto (ben 17 tracce) rischia talvolta di eccedere in intenzione, farsi ridondante, eccessivo. Tuttavia è certo che dall’altro restituisce la sensazione sincera di un artista che aveva davvero qualcosa da elaborare e da dire. L’urgenza poi incontra la produzione artistica di Daniel Tek e queste canzoni trovano una propria ragione di essere. L’epilogo: credo che sfoggi il vero quid del disco. Sono convinto e l’emozione del mio ascolto risuona con questo modo di pensare e di sagomare le orchestrazioni. Sembra di stare dentro un bel film della Disney…

