ENRICO BERLINGUER, il volto nuovo del P.C.I.

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di Roberto Fiordi

Enrico, se tu ci fossi ancora […]”, è l’inizio della malinconica quanto famosa canzone Dolce Enrico con cui il cantautore, Antonello Vendittirimpiange la morte di un politico italiano che ha cambiato la faccia al proprio Partito e che ha lavorato per cambiarla anche al suo Paese.

Enrico Brlinguer, definito un uomo mite, timido, introverso e talvolta taciturno, ma allo stesso tempo rigoroso, preciso e appassionato, è stato il primo leader politico straniero ad aver lanciato, l’11 giugno 1969, a Mosca, nel cuore della Russia, alla Conferenza Mondiale dei partiti comunisti, il discorso più blasfemo nei confronti dell’Unione Sovietica. Ha respinto con fermezza e decisione il modello di una società socialista assolutista, valida per tutti, parlando anzi di un modello di unità nella diversità, sostenendo la necessità  in Italia che la direzione della classe operaia si realizzi in un sistema pluralistico e democratico.

Tovarish Berlinguer, originario di famiglia colta, agiata e antifascista, imparentata con famiglie influenti nell’ambito nazionale, cugino alla lontana di chi poi salirà al Quirinale, Francesca Cossiga, da giovanissimo si era appassionato alle letture liberiste, sociali e anarchiche, per avvicinarsi, segretamente, a soli 14 anni al Partito Comunista Italiano. La prima tessera la fece nel 1943 all’età di 21 anni.

Suo padre, Mario Berlinguer, avvocato e di ideologie repubblicane, uomo antifascista e vicino alla massoneria, com’era di prassi per gli intellettuali dell’epoca (iniziato nella loggia Giovanni Maria Angiov, all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia, a Sassari)2., prima liberale e poi parlamentare socialista nel dopoguerra, dette modo al figlio Enrico, non solo di crescere in un ambiente culturalmente emancipato e di principi democratici, ma anche di immettersi sin da molto giovane nei circoli politici che influirono molto nella sua maturazione ideologica e politica.

Nel 1944 il giovane Berlinguer fu arrestato con l’accusa di essere uno degli organizzatori dei saccheggi ai forni avvenuti da parte della popolazione ridotta alla fame, i cosiddetti “Moti del pane“. Una volta scarcerato, dopo tre mesi di reclusione, a Salerno, dove si era trasferito con tutta la famiglia, il padre lo presentò a Palmiro Togliatti, che non solo lo prese in simpatia, ma riconobbe pure le sue doti.

Iniziò la sua carriera politica con cariche locali, dove ebbe modo di collaborare anche con molti personaggi del mondo politico fra cui Luigi Longo. A guerra finita fu nominato segretario generale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI); e nel 1946 fu eletto membro al Comitato Centrale del Pci, per poi giungere in breve tempo ai vertici del Partito.

A soli 28 anni (1950) fu eletto Presidente della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica con sede a Budapest, e nel 1958 diviene stretto collaboratore del vicesegretario del partito, Luigi Longo.  Da allora i rapporti con Togliatti si intensificano al punto che quest’ultimo, riconoscendo in lui le capacità di mediatore e di colui in grado di ricomporre le fratture interne del partito, nel 1960 lo designò come responsabile dell’organizzazione del partito al posto di Giorgio Amendola. Sei anni dopo, Berlinguer, divenne Segretario regionale del Pci nella regione Lazio.

Correva l’anno 1968, e mentre il Pese era attraversato dalle contestazioni studentesche, l’Italia si preparava per le elezioni politiche di maggio. Il Partito Comunista era alle prese con sofferenze intestinali. Luigi Longo era diventato segretario del partito e Berlinguer era stato eletto alla Camera dei deputati. Il neo eletto, in un discorso, mise in chiaro quali erano le sue linee politiche: parlava della necessità di una società socialista che corrispondesse a tutte le esigenze del Paese e che tutelasse tutte le libertà meno quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani. Parlava di una società fondata su un concorso di diverse forze sociali, di una pluralità di partiti e condannava, inoltre, l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, anticipando, tuttavia, quello che poi riferirà l’11 giugno dell’anno dopo a Mosca.

Longo si ammalò e Berlinguer assunse tutte le cariche di segretario all’interno del partito. E nel 1972, mentre il Paese si trovava già dal 1968 ad attraversare una grave crisi politica, irradiata anche dall’inquietante avanzata terroristica, al XIII Congresso tenuto a Milano del Pci, dove si dibatteva sul dissesto economico, Enrico Berlinguer espose l’intenzione di far nascere una stretta collaborazione fra le principali forze popolari, democratiche e antifasciste, laiche e cattoliche, nella prospettiva di realizzare riforme economiche e sociali necessarie per superare i problemi del Paese. L’avanzata di questa proposta incontrò, però, la dura resistenza da parte di Bettino Craxi, anche lui candidato da poco tempo, che temeva che il nascere di un’intesa fra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, avesse potuto lasciare ai margini il Partito Socialista. Oltre all’opposizione di Craxi, di fronte a quello che fu definito il “compromesso storico“, le porte si chiusero anche da parte della destra democristiana e dagli Stati Uniti, che ritenevano intollerabile l’avvicinamento del Pci al governo. Ma Berlinguer, già da tempo, aveva trovato un punto d’incontro con il leader della sinistra democristiana, Aldo Moro, che era un sostenitore anche lui di questo dialogo, che lo porterà, però, alla morte. E la tragica fine di Aldo Moro, prima rapito e successivamente assassinato, impedì che questo avvenisse. Tuttavia Berlinguer aveva dimostrato la disponibilità alle aperture con il mondo cattolico, e quindi non aveva fatto altro che dare una nuova immagine al suo partito, un volto nuovo, più diplomatico e più democratico.

Come accaduto in Italia, anche in politica estera, Enrico Berlinguer, era convinto nella necessità di dover dare un nuovo aspetto al comunismo, rendendosi innanzitutto indipendente dalla sovranità di Mosca. E l’occasione gli fu offerta dal congiungimento di certi ideali con i segretari del Partito Comunista Spagnolo (Pce),  Santiago Carrillo Solares e del Partito Comunista Francese (Pcf), Georges Marchais, che ritenevano fosse indispensabile basarsi su principi di un socialismo fondato nella prospettiva dell’economie europee e statali. Fu così lanciata l’idea dell’Eurocomunismo. Chiaramente furono inevitabili i contrasti con il Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Pcus) che rivendicava il modello leninista e che condannava i principi di democrazia. Alla luce questi fatti, ci viene di pensare che, allora, non si trattò semplicemente di un incidente quello che il 3 ottobre del 1973 capitò in Bulgaria allo scomodo segretario del Pci. Durante una visita a Sofia, un camion militare travolse la limousine dove lui viaggiava. Nell’urto l’interprete bulgaro perse la vita, gli altri due esponenti del Partito Comunista Bulgaro rimasero gravemente feriti, mentre Berlinguer ne uscì quasi illeso, con solo una contusione alla testa. All’epoca dei fatti, Berlinguer, non rivelò mai pubblicamente l’insito sospetto di quell’incidente che non si fosse trattato di un caso fortuito, bensì di un attentato orchestrato ad arte dal KGB e dai servizi segreti bulgari per farlo fuori. Sarà a farlo il suo amico e compagno di partito, Emanuele Mancuso, nel 1991, quando ormai Enrico non ci sarà più, in un’intervista rilasciata al settimanale Panorama. Dirà che Berlinguer, rientrato a Botteghe Oscure, gli aveva rivelato quel macabro sospetto.

Nell’anno 1976, a Mosca, Berlinguer, dinanzi a cinquemila personalità provenienti da tutto il mondo, dimostrò ancora una volta la stoffa del leader quando ai microfoni della tribuna tenne un discorso che scandalizzò Breznev e fece asciugare le parole in bocca agli addetti alla traduzione. Parlò di un sistema pluralistico e in quella sfera monistica quel discorso piovve come una doccia gelata. Appunto i traduttori stessi restarono a bocca aperta e con gli occhi spalancati. C’era imbarazzo dinnanzi a quel sostantivo (pluralismo) essendo una nota stonata in quel orchestra di governo autocratico. Tessero allora la traduzione di “pluralistico in “multiforme“. Berlinguer continuò a filare dritto per la propria strada manifestando di volersi battere per un’ideologia socialista che sia la più assoluta di tutte le conquiste democratiche. Un sistema sociale che faccia da garante a tutte le libertà individuali, collettive, culturali e religiose. I giornali lo classificarono il comunista italiano che sfida la Russia. Dal Cremlino fu supposto che, essendo l’Italia sotto il controllo NATO, l’interferenza sovietica non fosse gradita al Paese e ai suoi alleati; e Berlinguer fu palese nel rispondere attraverso un’intervista, che il “Patto Atlantico” faceva da scudo  per la stabilità mondiale sul piano geopolitico, era un fattore di sicurezza per l’Italia, e inoltre era utile per costruire un socialismo nella libertà. Tuttavia, la sua apertura nei confronti della NATO non trovò consensi da parte della stessa, in quanto il suo non veniva considerato dai membri dell’Organizzazione un partito democratico.

Nella politica interna, la linea di dialogo e di apertura con tutte le altre forze politiche più influenti che Berlinguer aveva adottato, e il suo comportamento indulgente ma deciso, avevano ispirato fiducia a buona parte del popolo elettore. Alle politiche del 20 giugno di quell’anno, infatti, il suo partito raggiunse il massimo storico del 34,4%.

Il clima che respirava l’Italia nella seconda metà degli anni Settanta era quello di tensione dovuto alla crisi economica-energetica, alla disoccupazione e al terrorismo che marciava spedito. Il bilancio del 1977 era tragico: 2128 attentati, 32 gambizzati e 11 morti. Per far fronte a questa moltitudine di problemi, la nuova idea guida che introdusse il segretario del Pci fu quella dell’austerità. La sua campagna moralizzatrice attaccava gli sprechi, i lussi, gli sperperi, ovvero il cattivo uso della cosa pubblica, invitando il Governo a fare uso migliore delle risorse.

La questione morale di Berlinguer inciampò in analoghe posizioni che aveva assunto il Movimento Sociale Italiano, pertanto dette modo agli avversari politici di opporsi spacciando la questione come strumento propagandistico da parte di correnti politiche non votate per essere ammesse all’amministrazione del Governo.

Nel 1978 il governo Andreotti si dimise, Berlinguer insistette sulla linea di un governo guidato dalla Democrazia Cristiana ma con i comunisti nell’esecutivo. Non gli fu accettato. Moro e Andreotti vararono un governo senza comunisti all’interno, ma con la possibilità a quest’ultimi di entrare nella maggioranza. Berlinguer non ci stette. Il 16 Marzo di quell’anno, prima che venisse aperta la discussione alla Camera, Aldo Moro fu rapito dalle Brigate Rosse, e la questione in corso prese il sopravvento in Parlamento sui temi della politica. La posizione che il segretario del Pci assunse fu quella della fermezza: si dichiarò favorevole di non scendere a nessun compromesso con i terroristi per la liberazione di Aldo Moro. Il 9 Maggio Moro fu ucciso e con lui se ne andarono anche i sogni di Enrico Berlinguer. Quest’ultimo ritenne subito che si fosse trattato di un’azione premeditata per mandare in fumo l’accordo governativo che stavano per raggiungere.

Nello stesso anno, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, a seguito dei fatti accaduti all’Onorevole Aldo Moro e dietro la formale richiesta avanzata per prima dal Pci, annunciò le proprie dimissioni con sei mesi e quindici giorni di anticipo rispetto alla scadenza del mandato. Berlinguer si espresse subito favorevole a Sandro Pertini come sostituto. Il partigiano aveva ispirato fiducia anche al segretario del Partito Comunista che lo aveva inquadrato come una persona decisa, sanguigna e radicale nei modi di fare, distante dagli impeti anticomunisti e da coloro intricati nella ricerca del potere.

Enrico Berlinguer morì a Padova l’11 giugno del 1984. Era il 7 giugno quando, mentre stava tenendo un comizio in vista delle elezioni, sul palco di Piazza della Frutta, improvvisamente si accasciò a terra, ma continuò il discorso che stava tenendo sino alla fine. La diretta televisiva era collegata. Alla fine del comizio tornò in albergo, si addormentò ed entrò in coma. Morì quattro giorni dopo per un’emorragia cerebrale.

A Padova, in visita, si stava trovando anche il Presidente Della Repubblica Sandro Pertini, che come apprese la notizia si recò immediatamente all’ospedale. Dopo il decesso, ordinò che la salma fosse trasportata nell’aereo presidenziale, citando la frase: << Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta. >> 

La bara, con un nutrito corteo, sfilò dalla sede del Pci, in via delle Botteghe Oscure a Roma, sino a piazza San Giovanni. Sandro Pertini s’inchinò commosso di fronte alla bara chiusa. Alle esequie partecipò persino il leader del Movimento Sociali Italiano, Giorgio Almirante. .

Enrico Berlinguer è stato un uomo che ha saputo farsi voler bene da chiunque al di fuori del colore della bandiera, per la sua sensibilità umana e l’attenzione per tutte le cose, anche le più semplici. Più che un segretario era un amico del popolo. A quel funerale hanno pianto persino simpatizzanti dell’Msi. 3.


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