COMUNICATI

Franco Gravino e la poetica dello spazio minimo

Esiste un lembo di terra nell’Alto Tavoliere dove il teatro ha deciso di farsi piccolo, quasi atomico, per ritrovare la propria grandezza umana.
A San Severo, tra i chiaroscuri di una provincia spesso narrata solo per le sue ferite, Francesco Gravino, per tutti Franco, ha eretto un baluardo di resistenza culturale che non ha bisogno di chilometri di velluto rosso per vibrare.
Regista, attore e demiurgo della compagnia Foyer ’97, Gravino ha dedicato oltre venticinque anni a trasformare il vuoto urbano in sostanza scenica.
La sua ultima intuizione, il Teatro Edicola, è diventata un caso di risonanza nazionale: un’ex rivendita di giornali in disuso, restituita alla cittadinanza come il “teatro più piccolo al mondo”.
Sei sedute, quindici minuti di messinscena e una distanza tra attore e spettatore che annulla ogni quarta parete, trasformando la fruizione artistica in un soffio condiviso.

Quando gli chiedo di raccontarmi cosa accada davvero all’interno di questo spazio, Franco mi confida che la distanza tra attore e spettatore si fa pura intensità:

«Quando hai una persona davanti a te, a meno di un metro, non puoi nasconderti dietro alcun artificio. In quei dieci minuti cambia profondamente il modo di stare in scena.
L’attore non recita “a qualcuno”, ma “con qualcuno”. Si crea una relazione irripetibile.
Il respiro si fa più consapevole, più condiviso. Spesso ci si accorge che attore e spettatore finiscono per accordarsi inconsapevolmente sullo stesso ritmo.
Venendo meno la distanza, aumenta la responsabilità della verità: non c’è bisogno di amplificare emozioni o gesti, basta viverli con autenticità.»

Tuttavia, ridurre l’opera di Gravino a una curiosità da record sarebbe un errore prospettico.
Il suo è un percorso di scrittura scenica stratigrafica che attraversa la città nelle sue diverse altezze.
Se nel 2026 lo abbiamo visto portare la sua visione sull’asfalto cittadino con il chiosco di via Tondi, negli anni precedenti la sua poetica ha scalato i quarantacinque metri dello storico campanile della Chiesa Matrice di San Severino e sondato le profondità di antiche cantine ipogee.
Questo movimento (dal cielo al sottosuolo, fino al marciapiede) riflette l’esigenza di un teatro che intercetta il pubblico nel quotidiano, intrecciandosi intimamente con la vita della comunità.

L’ecletticità espressiva di Franco non conosce confini di genere.
Si passa dal teatro itinerante sui binari con il progetto “Teatro in treno” (in collaborazione con le Ferrovie del Gargano) all’allestimento dell’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, recitata tra le tombe del cimitero comunale: qui gli attori, dislocati lungo un percorso prestabilito, guidavano il pubblico in un viaggio culturale incentrato sulla riflessione esistenziale.

Incuriosita da questa sua ricerca quasi archeologica tra campanili e cantine, gli domando quale altro “non luogo” e quale nuova sfida attendano di essere abitati dalla sua visione, Franco ha spiegato:

«Ci interessano gli spazi che la città attraversa ogni giorno senza più guardarli.
La nostra è una pratica di riattivazione dell’attenzione e il fondamento che unisce queste diverse altitudini di San Severo è la relazione.
Cambia la quota, ma resta identica la domanda: come può uno spazio diventare un’occasione di incontro? È lì che nasce il nostro teatro.
La prossima sfida?
Forse i luoghi del passaggio assoluto: una sala d’attesa, un parcheggio, una rotatoria, gli spazi che sembrano esistere solo per portarci altrove. Ci affascina l’idea di restituire profondità a ciò che appare provvisorio, trasformando il transito in permanenza e l’abitudine in esperienza.»
Il repertorio di Foyer ’97 non teme il confronto con la memoria collettiva né con i giganti del territorio.
Lo dimostra la ricerca viscerale su Andrea Pazienza nel progetto “Un po’ di Pazienza”, dove Gravino, affiancato dalla sensibilità di Enzo Toma ed Enrico Fraccacreta, ha indagato il disincanto e il segno irrequieto del genio san severese.
O ancora, l’impegno civile di “Donne della Rivolta”, scritto da Elvira Cannelonga e Antonella Tenace sotto la sua regia, che restituisce voce e dignità alle protagoniste dei moti popolari del 1950 a San Severo, trasformando il palco del Teatro Verdi in un tribunale della memoria identitaria.

Ma l’elemento che definisce l’uomo Gravino, ancor più delle sue regie, è la vocazione al Teatro sociale. Da decenni cura laboratori per persone con disabilità (progetti come “C’è tempo”, “Frammenti” o “Dissolvenze”), lavora con i detenuti della Casa Circondariale e con comunità di recupero, portando la bellezza dove il disagio sembra aver vinto.

Volendo approfondire proprio questo aspetto, gli chiedo cosa gli abbiano insegnato, negli anni, questi sguardi “non convenzionali”, dove il teatro smette di essere estetica per farsi cura:

«Lavorare con persone che vivono la disabilità, la detenzione o altre forme di fragilità mi ha insegnato, prima di tutto, a diffidare delle categorie.
Il teatro non cura perché aggiusta qualcosa, ma perché crea uno spazio in cui ciascuno può essere visto oltre l’etichetta che la società gli attribuisce.
In quei contesti torna alla sua funzione originaria: essere un luogo di ascolto e di relazione.
La vulnerabilità è una dimensiona profondamente umana che riguarda tutti. Le persone che ho incontrato mi hanno insegnato che spesso chi vive ai margini vede il mondo con una lucidità particolare, perché è costretto a interrogare ciò che gli altri danno per scontato.
Se c’è una cura che il teatro può offrire, è quella di restituire dignità e voce alla propria storia.
E ogni volta che questo accade, non cambia soltanto chi è in scena: cambia anche chi guarda.»

In un mercato culturale che spinge i talenti verso i poli di Milano o Roma, Franco Gravino ha compiuto la scelta metodologica, quasi politica, di “restare”. Non per provincialismo, ma per la convinzione che l’eccellenza passa anche nel fango e nell’oro della propria terra.
Il suo teatro non è un esercizio di stile, ma un atto di cura. Che si tratti di un reading musicale o di un’intima narrazione come “Madò”, capace di intrecciare l’ironia alla sacralità della Festa del Soccorso, l’obiettivo rimane costante: creare connessioni autentiche.

Verso la fine della nostra conversazione, gli pongo la domanda forse più complessa: di tutte le sue produzioni, c’è un progetto che sente come la sua vera casa artistica?

«Ogni progetto lascia un’impronta diversa e racconta una stagione della vita. Mi sento legato ai percorsi che hanno saputo costruire nel tempo, quelli in cui il processo è stato importante quanto il risultato artistico. Se dovessi indicare una vera casa artistica, probabilmente sarebbe un modo di fare teatro: vivere i luoghi, ascoltare le persone e trasformare spazi quotidiani in occasioni di incontro. Gli spettacoli finiscono, i progetti si concludono, ma ciò che resta sono le relazioni che hanno generato. È lì che riconosco il filo più autentico del mio lavoro e, forse, la mia vera appartenenza artistica.»

ll lavoro di Gravino ci ricorda che il teatro è, prima di tutto, l’arte dell’incontro, capace di fiorire anche nel perimetro minimo di un chiosco dismesso. In quelle sei sedie dell’edicola non si entra solo per assistere a uno spettacolo, ma per riconoscersi parte di una comunità che, grazie alla visione di Gravino, ha smesso di considerare l’abbandono come un destino ineluttabile.

Per info e contatti: https://foyer97.it

Articolo a cura di Veronica Di Mauro ( tratto dal blog ©Cronache Creative https://cronachecreative.wordpress.com )