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Intervista a Emanuele Marchiori & Chiara Pomiato: il nostro “Decalogo dell’Amore”

Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato sono una coppia artistica e sentimentale che ha recentemente pubblicato Decalogo dell’Amore, il loro primo album congiunto: un lavoro che si muove in controtendenza rispetto alle logiche dell’immediatezza, scegliendo invece un racconto più lento, stratificato e consapevole dell’amore adulto. Li abbiamo rintracciati per parlare della nascita del disco, delle scelte che lo attraversano e del percorso che ha portato queste canzoni da una dimensione intima a una più ampia, condivisa.

Nel panorama musicale attuale dominato dall’immediatezza e dai singoli usa-e-getta, avete scelto consapevolmente la “lentezza” come manifesto estetico. Cosa rischiate e cosa sperate di guadagnare con questa scelta controcorrente?

La lentezza, oggi, è un manifesto quasi senza volerlo. Non perché siamo contrari al presente — ci viviamo dentro anche noi — ma perché ci interessa un’altra economia: non quella del “colpo”, ma quella della durata. Nel tempo dei singoli usa-e-getta, scegliere un album che prende fiato è come portarsi dietro un libro mentre tutti scorrono titoli. Cosa rischiamo? Di essere fuori sincrono. Di non entrare nella rotazione rapida, di non “agganciare” subito. Di sembrare persino ostinati, o — peggio — nostalgici.
Cosa speriamo di guadagnare? Una cosa semplice: attenzione vera. Quella che non si ottiene con l’urlo ma con la presenza. La lentezza, per noi, non è un rallentamento estetico: è una forma di rispetto per le parole e per chi ascolta. Se una canzone deve dire qualcosa di serio sull’amore, non può comportarsi come un banner. E poi c’è un guadagno più segreto: la lentezza ti obbliga a essere onesto. Non puoi nasconderti dietro il ritmo. Devi metterci la faccia, e lasciare che la canzone trovi il passo, come una persona che entra in una stanza senza fare rumore.


Avete detto che il disco è nato come dono privato per i vostri figli ed è diventato poi opera pubblica. C’è stata una canzone in particolare che ha segnato questo passaggio dall’intimità familiare alla dimensione artistica condivisibile?

Sì, più che una “soglia” netta è stato un punto in cui abbiamo capito: questa cosa, pur essendo nata per loro, non appartiene solo a noi. C’è una canzone — Come si fa… amarsi ancora — che in questo senso è quasi una chiave: perché non parla a “una famiglia”, parla a una condizione comune. È una domanda che non resta domestica: quando la pronunci ti accorgi che è universale. Quando una canzone smette di essere solo una dedica e diventa una domanda condivisibile, succede il passaggio. Non per ambizione, ma per necessità. È come se la canzone dicesse: “Io non sono un messaggio privato, sono una stanza: chiunque può entrarci.” E in quel momento capisci che l’eredità per i figli può diventare anche una cosa più grande: una lingua per chi non ha le tue stesse pareti, ma riconosce lo stesso silenzio.

Nelle undici tracce convivono folk, jazz, bluebeat e teatro-canzone. Come avete evitato che questa varietà di linguaggi frammentasse l’unità narrativa del “Decalogo”? C’è un filo rosso sonoro che tiene insieme questi mondi?

Il filo rosso non è un genere: è lo sguardo. I generi sono vestiti diversi; se la persona è la stessa, la riconosci anche con un cappotto o con una giacca leggera.
Noi abbiamo tenuto ferma l’unità narrativa del Decalogo perché prima di tutto è un’opera di scene: ogni brano ha il suo luogo, il suo ritmo, la sua postura emotiva. E questo crea coerenza più di qualsiasi scelta timbrica. C’è anche un filo sonoro: la centralità della parola e della voce come strumenti narrativi — non per sedurre, ma per accompagnare. Il jazz arriva quando serve respiro, il folk quando serve legno e terra, il bluebeat quando serve un passo obliquo, il teatro-canzone quando una canzone chiede una scena vera. Ma la bussola resta sempre quella: non “mescolare” per bravura, scegliere la forma giusta per il contenuto. In fondo il Decalogo tiene insieme i mondi perché non è una compilation di stili: è un racconto con capitoli diversi. Cambia la luce, non cambia la casa.

Emanuele Marchiori & Chiara Pomiato
Emanuele Marchiori & Chiara Pomiato


Il podcast che accompagna l’album lo definite “retro-libro sonoro”, non un semplice backstage. Quanto è stato difficile scegliere quali fragilità e quali errori del processo creativo rendere pubblici?

È stato difficile nel modo giusto: non come vergogna, ma come misura. Perché c’è una linea sottile tra intimità e esposizione. Noi non volevamo fare confessione, volevamo fare narrazione: dare contesto senza trasformare la fragilità in spettacolo. Scegliere quali errori raccontare è stato quasi un lavoro di etica: rendere visibile il processo senza teatralizzarlo. Mostrare che una canzone nasce anche da inciampi, da tentativi, da pezzi buttati, da giornate storte — ma senza cercare la lacrima facile o l’aneddoto che “fa contenuto”. Il “retro-libro” serve a dire una cosa semplice: non abbiamo costruito un monumento, abbiamo costruito una casa. E in una casa, se guardi bene, trovi sempre una crepa, una macchia, un chiodo storto. Non è il difetto: è la prova che qualcuno ci ha vissuto.


Tra i riferimenti citate Conte, Dalla, Capossela, Bersani: tutti maestri della parola in musica. Ma cosa vi ha insegnato suonare insieme ai vostri figli che questi grandi non potevano trasmettervi?

I maestri ti insegnano la forma, la lingua, il coraggio della parola. I figli ti insegnano una cosa che nessun maestro può trasmettere: la responsabilità della verità. Perché quando suoni con loro non stai cercando un risultato: stai mettendo in campo una relazione. E la relazione non la puoi barare. Suonare con i figli ti sposta il centro: non fai più musica “per riuscire”, la fai per stare. Ti obbliga a una misura diversa, più umile e più esatta. Ti chiede: “Questa cosa che stai dicendo la vivi davvero? O la stai solo cantando bene?”
E poi c’è un’altra lezione, quasi commovente: con i figli il tempo non è un concetto, è una presenza. Li hai visti crescere, e adesso li senti suonare dentro il tuo stesso disco: è come se la vita entrasse in studio senza bussare. E tu capisci che l’opera non è solo tua: è un passaggio di testimone. Dalla, Conte, Capossela, Bersani ti insegnano come far danzare le parole. I figli ti insegnano perché vale la pena farle danzare. E, soprattutto, ti insegnano a non farne una maschera.