Intervista a Higetori Furà: “La funzione salvifica della musica, e dell’arte in generale, non può e non deve essere sottovalutata”
“You Were By My Side” parte dalla fine di una relazione, ma molto presto lascia intuire qualcosa di più ampio. In quale momento hai capito che non stavi scrivendo soltanto di una persona, ma anche di una fase della vita?
In realtà me ne sono accorto dopo! Non riesco a dire che questa canzone sia dedicata a qualcuno in particolare, ma ovviamente so bene cosa e anche chi ha scaturito queste riflessioni. Se vogliamo fare una “gara dell’amore”, la persona per cui ero triste e per cui avevo iniziato a scrivere il pezzo, non rientra nella top-five della mia vita probabilmente. Solo dopo ho realizzato che la temporanea tristezza per una storia frivola era stata l’innesco per far riaffiorare sentimenti davvero forti che avevo provato in passato per altre persone, e che in qualche modo stavano tornando a galla nel testo. Partendo da questa consapevolezza, ho capito che stavo proprio raccontando una fase della vita in sé – la fine di qualcosa, il sentirsi abbandonati – in cui tutti possiamo rispecchiarci. Sono contento che non sia la classica canzone dedicata a qualcuno in particolare, ma che combina invece esperienze mie, e che è quindi profondamente personale e non legata a nessuno. Sono un po’ geloso e protettivo di questa mia identità d’artista.
Nel brano si avverte un senso di disorientamento che riguarda non solo i sentimenti, ma anche il rapporto con il tempo presente. Quanto pesa, oggi, diventare adulti?
Forse è perché, mediamente, abbiamo avuto tutti un’infanzia decisamente migliore – più protetta – rispetto alle vecchie generazioni, che ci riesce complicato capire la durezza della vita quando questa si presenta, ovvero nell’età adulta. Io ho quasi 32 anni, e penso che come generazione, ora che è il nostro turno, ce la stiamo comunque facendo a compiere il grande passo verso la maturità. Solo che questo processo, guardando anche chi mi sta intorno, mi è sembrato meno fluido, meno naturale rispetto a come ce lo hanno raccontato e rispetto a come me lo immaginavo. Badare a sé stessi, economicamente ed emotivamente, non so se abbia realmente oggi un peso maggiore sulle nostre spalle rispetto a quello che è stato nel passato, ma è certo che sia una sfida difficile da affrontare senza passare per dei momenti di crisi.
Hai scelto di esordire con una canzone che nasce da una ferita privata. Ti interessava presentarti al pubblico da lì, da una zona ancora esposta, invece che da un brano più “protetto”?
Non mi definisco un artista che fa brani “protetti”, ho la sfortuna e la fortuna di pensare molto ed essere a volte troppo riflessivo. La cosa positiva è che cose da dire ne ho sempre. Se non ne avessi starei zitto, e mettersi a nudo è una parte fondamentale di questo bellissimo mestiere. Però sì, in un certo senso questo è un brano “protetto” perché è stato scritto nel lontano 2021, e le ferite a cui faccio riferimento sono ancora più vecchie, sono le ferite di un giovane me, perciò non mi toccano oggi e quindi è estremamente facile parlarne.
In “You Were By My Side” la sofferenza non viene addolcita né resa elegante a tutti i costi. Per te era importante conservare nel pezzo anche la parte più scomoda e meno lineare di quel vissuto?
Sì, ho voluto intenzionalmente creare una sensazione di inquietudine in chi ascolta, quasi fino a metterlo a disagio. Colui che sta vivendo ciò che viene raccontato nel brano si trova in una condizione psicologica difficile, lontana da qualsiasi equilibrio o serenità. È convinto di essere nel giusto, mostrando una sicurezza esagerata, ostentata nei rappati e nel ritornello, senza accorgersi che sta lentamente cambiando, quasi diventando qualcosa di mostruoso, mentre la sua voce si sdoppia, trasformandosi in un urlo che resta in sottofondo. Eppure, allo stesso tempo, è anche vittima di ciò che gli accade: corre senza sosta, ma rimane invisibile agli altri, perché in fondo nessuno riesce mai davvero a cogliere la profondità della sofferenza altrui. La sofferenza è qualcosa di estremamente intimo e privato.
Il brano sembra stare in equilibrio tra memoria e bisogno di andare avanti. Oggi, quando lo ascolti, ti senti ancora dentro quella storia o la guardi già come un punto di partenza?
Come dicevo, non è una storia in particolare, ma sono molteplici, racchiuse in una canzone che racconta la mia esperienza. E no, in questo momento della vita mi sento libero come non mai, non più assoggettato da questo giochino malato che sanno essere le relazioni, soprattutto se la persona davanti a te non ha la tua stessa sensibilità emotiva. Maturare, raggiungere una consapevolezza differente, ti fa rendere conto di essere diverso dalla stragrande maggioranza delle persone, e di essere tu quindi ad avere più valore. Inizi a selezionare, a scegliere con chi vuoi passare i tuoi momenti. Questa cosa ti fa guadagnare un sacco di tempo e di energia mentale. Siccome non sempre sono stato così, sfortunatamente, la considero assolutamente un punto di partenza. È strano come quando abbia iniziato a scrivere sul tema dell’amore, abbia automaticamente smesso di esserne vittima. Probabilmente ho capito che c’è dell’altro.
Nel comunicato stampa sul brano emerge chiaramente che questa canzone è anche una soglia verso temi più ampi. Cosa senti di voler raccontare adesso che l’amore non è più l’unico centro della tua scrittura?
C’è veramente tanto di cui parlare. Dal tema del diventare adulti, al ragionare sulle ingiustizie del mondo, al riflettere sulla depressione, che ahimè mi rendo conto che colpisce più persone di quelle che pensiamo. A volte provo a incitare me stesso, a volte gli altri. Mi piacerebbe che le mie canzoni diano forza, una grinta in più a chi ne ha bisogno. Non voglio essere melodrammatico e scadere nel banale, però mi toccherà farlo. La funzione salvifica della musica, e dell’arte in generale, non può e non deve essere sottovalutata, perché ha il potere, per davvero, di tirarti fuori dai tunnel più oscuri.
