Janelle racconta “SLOW”: “Non è un invito a rallentare, ma a lasciarsi andare” – INTERVISTA
Abbiamo avuto il piacere di intervistare la dj e producer italiana JANELLE, in occasione dell’uscita del suo nuovo singolo dal titolo “Slow”. Buona lettura!
Ciao Janelle. Benvenuta su L’EDICOLA DELLE NOTIZIE.
Il titolo “SLOW”, del tuo nuovo singolo, sembra suggerire un rallentamento, ma il messaggio del brano va nella direzione opposta: come è nata questa scelta e cosa rappresenta per te?
Il titolo “SLOW” nasce proprio come un paradosso provocatorio. Se la parola dice “rallenta”, il testo nel suo insieme grida l’esatto opposto: “I don’t wanna take it slow, let me lose my self-control, move your body on the flow, feel this snap that simple glow”. Non è un invito a frenare, ma a percepire la musica come pura magia, lasciandosi andare fino a perdere totalmente il controllo. Questo contrasto rispecchia la mia filosofia in studio: tutt’oggi mi rifiuto categoricamente di far uscire tracce solo per fare numero o per seguire i flussi del mercato. Per me, una traccia deve essere “viva”, deve avere un’anima e vibrare a livello viscerale prima ancora di essere stampata. Quando produco, devo sentire la traccia scorrermi sotto la pelle; sento il bisogno di far nascere qualcosa di vero perché è una mia necessità interiore, e non perché me lo impone una società che va a tremila all’ora e che pretende continui numeri.
Nel comunicato parli di un mondo sempre più artificiale e guidato dagli algoritmi: quanto pensi che la musica possa ancora creare connessioni autentiche tra le persone?
Il mondo digitale e l’intelligenza artificiale sono strumenti potenti se governati, ma rischiano di anestetizzare la percezione artistica. Credo fermamente che se solo riuscissimo a sfruttare la tecnologia come mezzo e non come fonte assoluta, potremmo tornare a sentire veramente la bellezza di una traccia, senza dover essere schiavi del play compulsivo. La musica, alla fine, è un collante unico: quando accendo i social, o la radio, e sento una canzone che mi prende, me la porto dentro tutto il giorno e può accompagnarmi anche per sempre. La club culture e l’elettronica rimangono gli ultimi baluardi di questa magia: quando sei in un club buio, a notte fonda, scompare ogni filtro e rimane solo la vibrazione del sound system, l’energia condivisa e una connessione umana pura che la tecnologia può solo provare a simulare, ma mai sostituire. È proprio questa la forza della musica: la capacità di superare qualsiasi barriera digitale e rimanere impressa dentro di noi, nel tempo, in modo del tutto autentico.
Dopo oltre 16 anni di carriera tra club, radio e grandi palchi internazionali, quali sono le esperienze che hanno maggiormente influenzato la tua identità artistica?
Sedici anni dietro alla console ti cambiano profondamente, ma io credo che un artista completo sia fatto dell’unione imprescindibile tra pista e studio. Ho sempre amato e sottolineo amato studiare la musica, e tutt’oggi continuo a farlo costantemente. Devo tantissimo a una persona speciale, un amico che mi ha insegnato ad apprezzare ancora di più la musica nella sua fase di creazione e che sa darmi sempre l’input giusto al momento giusto. Questo percorso di studio e condivisione mi ha portata a non accontentarmi mai, rifiutando di fermarmi a ciò che farebbe un DJ alle prime armi. Mi spinge ad andare sempre oltre, a evolvermi, a crescere artisticamente e, passo dopo passo, a trovare ed esprimere il mio posto autentico in questo mondo. È una continua ricerca che si nutre di un fuoco interiore indomabile, una passione viscerale che porto fiera dietro alla console e in ogni singola produzione.
Il tuo sound si è evoluto verso una tech house più cruda, analogica e underground: quali sono gli elementi che oggi ritieni indispensabili nelle tue produzioni?
Non ho mai ragionato per compartimenti stagni dicendo a me stessa: “Faccio solo questo genere”. Nel mio computer ho molte demo, anche di generi totalmente diversi, che mi hanno portata a scoprire altri mondi e altri suoni, semplicemente perché in quel momento era ciò che sentivo. Non riesco a camminare dentro una linea retta: se il cuore mi dice di fare una cosa, io la faccio. Tutta questa sperimentazione mi ha però portata a essere estremamente precisa sulla strada da intraprendere. Andando a sentire i big e frequentando i party club di livello internazionale, mi sono resa conto che avevo bisogno di un sound più mio; avevo l’esigenza di “viaggiare” nelle mie produzioni e staccare la spina dalla monotonia. Da questa urgenza è nata la mia tech house: un suono crudo, che ti fa muovere, caratterizzato da un groove sempre diverso ma altamente riconoscibile e da vocal ipnotici. Continuo a sperimentare e a provare, ma so che questa è, finalmente, la mia strada. Oggi gli elementi indispensabili sono proprio questi: la libertà di non avere confini e la certezza che, quando parte quel groove, dentro ci sia al cento per cento la mia identità.
Hai ricevuto il supporto di artisti internazionali come Don Diablo e raggiunto importanti risultati nelle classifiche: quanto contano questi riconoscimenti nel tuo percorso professionale?
Vedere il supporto di giganti della console a livello internazionale è una gratificazione enorme. Anche “SLOW”, in particolare, sta ricevendo dei feedback pazzeschi da pesi massimi della scena mondiale come Paco Osuna, Alaia and Gallo, Armin Van Buuren, Robert Owens, Shiba San e molti altri. Questi supporti contano tantissimo perché ti fanno capire che stai remando nella direzione giusta e che l’immenso impegno che metti in studio ti sta ripagando. Non mi importa quanto tempo ci metterò per raggiungere ogni singolo traguardo; il mio intero percorso è guidato da una filosofia ben precisa: chi va piano, va sano e va lontano. I grandi nomi che suonano la mia musica sono una spinta incredibile, ma la vera vittoria è la consapevolezza di costruire una strada solida, duratura e autentica, un passo alla volta.
Guardando al futuro, quali obiettivi ti sei prefissata come DJ e producer e quali nuove sfide artistiche ti piacerebbe affrontare nei prossimi anni?
Beh, l’obiettivo principale è proprio questo: continuare a imparare, perché in questo mestiere non si smette mai di evolversi. Voglio muovermi passo dopo passo, salendo scalino dopo scalino per arrivare a realtà e palcoscenici sempre più grandi, mantenendo però intatta la mia identità underground. Tra le ambizioni per il futuro c’è sicuramente anche il desiderio di dare vita a una mia realtà personale, un mio spazio, ma ci sarà tempo per questo. Per adesso aspetto che tutto questo “bordello” frenetico e passeggero legato alle logiche dei social si plachi, e che si ritorni finalmente all’essenza: ad apprezzare la musica vera, per il suo valore intrinseco, e non soltanto i numeri. La mia sfida più grande sarà sempre quella di rimanere me stessa, continuando a far ballare le persone con la mia verità, un battito alla volta.
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