L’era del DJ come brandman: quando la musica diventa solo un accessorio commerciale
Il video scorre sullo schermo dello smartphone e macina centinaia di migliaia di visualizzazioni nel giro di poche ore: inquadratura dal basso, luci stroboscopiche accecanti, un drop micidiale che esplode e una folla oceanica che salta all’unisono. Al centro di tutto c’è il DJ del momento, carismatico, fotogenico, impeccabile nel look mentre mima il gesto di toccare un potenziometro prima di alzare le mani al cielo. È l’immagine perfetta della club culture contemporanea, un concentrato di edonismo e successo capitalizzato in quindici secondi di Reel o TikTok. Eppure, dietro quel frammento di perfezione digitale si nasconde il segreto di pulcinella più grande, discusso e redditizio dell’intera industria musicale. Quella traccia devastante, capace di scalare le classifiche globali e ridefinire il suono della stagione, molto probabilmente non è stata concepita, scritta o mixata dalla persona che si trova sul palco. È stata acquistata, chiavi in mano, da un produttore invisibile chiuso in una cameretta a centinaia di chilometri di distanza, il cui nome non comparirà mai in nessuna locandina. Benvenuti nell’era del ghost producing di massa, dove la musica elettronica si è trasformata in un bene di consumo confezionato a tavolino per alimentare imperi social.
Il fenomeno non è propriamente una novità assoluta, poiché la figura del produttore fantasma fluttua nell’ombra del pop e della vecchia EDM da decenni, ma nel contesto attuale ha subito una mutazione genetica radicale. Il cortocircuito nasce direttamente dalle spietate regole algoritmiche che governano la celebrità contemporanea. Oggi per essere un DJ di prima fascia non basta più possedere una selezione musicale impeccabile o passare le notti a studiare la sintesi sottrattiva dei sintetizzatori analogici. Il mercato esige che l’artista sia, prima di ogni altra cosa, un creatore di contenuti a tempo pieno. Bisogna editare video quotidianamente, assecondare i trend del momento, curare l’estetica dei propri profili e mantenere un’interazione costante con i follower, il tutto mentre si affrontano tour massacranti da centocinquanta date all’anno saltando da un aereo all’altro. In questa routine totalizzante, il tempo diventa una risorsa drammaticamente finita. Se la vita di un artista si consuma tra la sala d’attesa di un aeroporto e la creazione di una strategia di personal branding, la risposta alla domanda su quando trovi il tempo di chiudersi in studio a produrre è brutalmente semplice: non lo trova. La musica, di conseguenza, subisce un declassamento paradossale. Smette di essere il fine ultimo dell’espressione artistica e si trasforma in un mero accessorio commerciale, un espediente necessario per giustificare e tenere in piedi l’ecosistema promozionale dell’influencer dietro la console.
Questa dinamica ha spinto l’industria a strutturarsi e standardizzarsi a livelli quasi industriali. Se un tempo il ghost producing si basava su accordi confidenziali tra amici o scambi di favori monetizzati nell’ombra, oggi il mercato offre vere e proprie piattaforme di e-commerce dedicate all’acquisto di tracce inedite divise per genere e sottogenere. Sfogliare questi cataloghi digitali è disarmante nella sua efficienza: si seleziona il genere, che sia tech house, hard-techno o melodic techno, si ascolta l’anteprima e, se il pezzo rispecchia il trend del momento, lo si acquista con un clic ricevendo i file masterizzati pronti per il club. Contestualmente si firma un accordo di non divulgazione legalmente blindato, che garantisce il silenzio eterno del vero creatore in cambio di una cifra fissa o di una percentuale sui diritti d’autore. Di recente, il velo di ipocrisia che copre questa pratica è stato squarciato con forza da alcune figure di spicco della scena underground. La produttrice hard-techno Sara Landry ha sollevato un enorme polverone mediatico dichiarando apertamente che, una volta raggiunti i vertici della piramide industriale, ci si rende conto che la stragrande maggioranza dei DJ da festival non tocca un software di produzione da anni. Basta del resto una rapida analisi dei database dei diritti d’autore o la sezione dei crediti nascosti sulle piattaforme di streaming per notare una sfilza di nomi sconosciuti registrati dietro alle hit dei nomi più altisonanti delle line-up mondiali.
Questa industrializzazione del talento invisibile apre un dibattito etico profondo, che spacca in due la comunità dei clubber e degli addetti ai lavori. Da un lato si posizionano i difensori del pragmatismo, coloro che assimilano la musica elettronica al grande pop internazionale o al cinema. Nessuno si scandalizza se una grande popstar non scrive i propri testi o se un attore non firma la sceneggiatura del film in cui recita; essi sono i performer, i catalizzatori visivi di un’opera collettiva. Secondo questa visione, il DJ superstar va valutato per la sua capacità di tenere il palco, di dialogare con la folla e di vendere i biglietti, agendo essenzialmente come il frontman di un team creativo di cui il ghost producer è un dipendente legittimo e consenziente. Dall’altro lato della barricata si schiera invece l’anima più pura e intransigente della scena, che vive questa pratica come un tradimento imperdonabile dei valori fondanti della cultura underground. La musica elettronica è nata nelle cantine di Detroit e nei magazzini di Chicago come una forma d’arte profondamente legata all’artigianalità tecnologica, all’isolamento quasi ossessivo in studio per dare vita a sonorità mai sentite prima. Spacciare per propria l’arguzia artistica altrui non è solo una truffa intellettuale nei confronti di un pubblico pagante che crede nell’autenticità del proprio idolo, ma rappresenta anche un sistema profondamente ingiusto che penalizza i produttori emergenti. Chi non possiede i capitali per comprarsi le tracce o per finanziare una massiccia campagna di marketing sui social si ritrova irrimediabilmente tagliato fuori, surclassato da chi ha i mezzi per acquistare il talento altrui e confezionarlo dentro un bel volto instagrammabile.
Il futuro di questa complessa architettura rischia di diventare ancora più estremo con l’avvento dei software di intelligenza artificiale generativa applicati al sound design, in grado di sfornare linee di basso e drop strutturati in pochi secondi inserendo semplici comandi testuali. La forbice tra chi ci mette la faccia e chi effettivamente genera la musica è destinata ad allargarsi ulteriormente, ridefinendo i confini stessi del concetto di autore. Alla fine della fiera, si potrebbe cinicamente argomentare che al clubber che balla sudato in mezzo alla pista alle quattro del mattino importi ben poco di chi abbia effettivamente premuto i tasti sul computer in studio, purché la cassa continui a spingere con la giusta violenza e l’atmosfera resti incendiaria. Eppure, nel momento in cui smettiamo di cercare e pretendere l’anima autentica dietro alle macchine, accettando che tutto sia ridotto a una messinscena sincronizzata, la musica elettronica abdica al suo ruolo di avanguardia culturale per trasformarsi definitivamente in una splendida, costosissima e vuota colonna sonora intercambiabile per i post di Instagram.
Il Covo dei DJ – Michael B DJ
Chi sono? Sono Michael, un DJ e producer che ha trovato nella musica un modo per comunicare con il mondo. Sono riuscito a trasformare la passione per la musica elettronica in una carriera, vincendo vari concorsi e firmando contratti con etichette discografiche in Italia e all’estero. Le mie produzioni spaziano dalla house alla techno. Ho avuto l’opportunità di collaborare con radio in tutto il mondo e dal 2016 mi dedico al mio programma radiofonico, B-Tronic. Continuo a esplorare nuove sonorità e a condividere la mia visione musicale, raccontando una storia attraverso ogni DJ set, ogni traccia e ogni articolo scritto qui all'”Edicola delle Notizie”.
