Macerata, La Chiesa mette in croce una famiglia. Signora disoccupata con figlio sfrattata dalla Diocesi.

Secondo quanto riporta il “Corriere Adriatico .it” pare che una donna, madre di una creatura di sei anni soltanto, sia stata sfrattata dalla Diocesi per morosità d’accertare. 
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Macerata – «È inaccettabile che la Chiesa possa lasciare una famiglia maceratese in una situazione così drammatica. Ho trovato il coraggio di rendere pubblica la mia storia perché mi sento con le spalle al muro. Al momento l’unica alternativa è la casa famiglia proposta dal Comune, ma mio marito resterebbe fuori. Non voglio che la famiglia venga disgregata».
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È questo lo sfogo di una donna di 37 anni, Cecilia Ottaviani, disoccupata, madre di una creatura piccola, che si è vista notificare un’ingiunzione per il rilascio dell’immobile. Secondo le versioni che riporta il quotidiano marchigiano pare che sia in atto un contenzioso fra la signora Ottaviani e l’ Istituto diocesano, proprietario dell’immobile.
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«L’immobile in cui siamo in affitto a Sforzacosta», sostiene la signora, «dallo scorso anno ha problemi di muffa. Vizi che abbiamo fatto presente alla proprietà, prima verbalmente e, alcuni mesi fa, anche per iscritto».
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La Diocesi, però, si difende sostenendo che le inadeguate condizioni dell’appartamento sarebbero dovute alla scarsa manutenzione da parte degli inquilini della struttura; ma La signora Cecilia Ottaviani esula qualsiasi loro responsabilità. «Prima abitavamo in un altro appartamento dell’Istituto diocesano e avevamo avuto un simile problema», confessa, «poi ci siamo trasferiti a Sforzacosta. Anche attraverso tecnici, abbiamo dimostrato che quest’ultimo immobile anche in passato ha avuto criticità del genere e presenta rivestimenti in cartongesso che in alcuni punti sono soggetti a muffe e infiltrazioni. Mio figlio ha sei anni e questa situazione, per via di alcuni suoi problemi di salute, è pericolosa.» E aggiunge inoltre: «Dopo avere contestato formalmente i vizi dell’appartamento all’ Istituto diocesano abbiamo interessato l’Asur. Il responso è stato chiaro: la casa è priva delle condizioni igienico sanitarie. Noi, a causa di questa situazione, non paghiamo l’affitto da dicembre e nei giorni scorsi ci è stata notificata l’intimazione di sfratto per morosità che il Tribunale ha convalidato.»
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La Diocesi però, respinge l’accusa della signora e sostiene che l’abitazione non abbia problemi strutturali, e che la decisione dello sfratto sia maturata sulla base del mancato pagamento dei canoni mensili concordati nel contratto di locazione; e il rilascio dell’appartamento è stato previsto per il 15 ottobre. L’Istituto diocesano aggiunge anche di avere dato la disponibilità a versare il proprio contributo per risolverne i problemi,  ma durante l’esecuzione dei lavori la famiglia avrebbe dovuto trasferirsi altrove.  
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La 37enne allora si difende chiedendo: «Ma noi non abbiamo un posto dove andare. Senza una soluzione alternativa cosa possiamo fare?» .Con la concessione di un altro appartamento la famiglia – aggiunge la signora – sarebbe poi tornata a Sforzacosta, e avrebbe ripreso a pagare l’affitto nonostante la situazione economica.
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Cecilia Ottaviani vuole far sapere la propria condizione familiare e si sfoga dicendo: «Io sono senza occupazione. In passato ho fatto la ragioniera e ho lavorato in alcune gelaterie. Mio marito invece lavora in un calzaturificio di Petriolo e percepisce uno stipendio di circa 1300 euro al mese. Abbiamo un figlio di sei anni da mantenere: la situazione è molto difficile. Ci siamo rivolti ai Servizi sociali del Comune per trovare una sistemazione ma l’unica soluzione proposta è il trasferimento in una casa famiglia. Ma solo io e mio figlio saremmo potuti andarci. È giusto che la nostra famiglia venga sfasciata? Come se non bastasse c’è il rischio che l’ Istituto avvii anche l’azione esecutiva per il pagamento dei canoni sulla base del provvedimento del Tribunale. In quel caso diventerebbe impossibile affittare un altro appartamento per mancanza di soldi».

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E questa è la situazione di una famiglia italiana, ma quante ce ne sono di famiglie italiane in condizioni analoghe? E il nostro sistema sta facendo qualcosa per provvedere di abbattere situazioni di povertà? E la Chiesa, che predica tanto l’accoglienza, si comporta in questo modo di fronte a certe difficoltà? Se la famiglia di Cecilia Ottaviani, anziché essere una famiglia marchigiana fosse stata una famiglia straniera, il clero avrebbe agito allo stesso modo? 

È utile sapere che chi predica l’accoglienza, con tanto di cuore caritatevole in mano (la Cei tanto per intenderci), secondo quanto riporta anche il quotidiano “il Giornale .it”  la Conferenza Episcopale Italiana predica e fa accoglienza dei migranti ma a spese dello Stato italiano, non certo dello vaticano…

Si tratta di un articolo di due anni fa, secondo cui i dati del rapporto della Caritas (riferiti a giugno 2016), il 17% degli stranieri accolti in Itala venivano presi in carico dalla Cei, ma di quei 23.201 immigrati che risultano nelle strutture religiose, erano solo 4.929 che mangiavano grazie ai fondi ecclesiastici o grazie alle donazioni, perché i rimanenti 18.272 (ovvero il 79%), la Chiesa li accoglieva nelle strutture servendosi però dei soldi dello Stato.

Sempre in riferimento all’articolo del quotidiano preso prima in considerazione, si tratta di cifre astronomiche quelle messe a disposizioni delle confessioni religiose, parliamo di 1,8 miliari, ed è la Chiesa ad averne soprattutto il beneficio, alla voce “Missione 27”. Capitolo che l’Ufficio bilancio del Senato cita in cima alle spese per l’accoglienza.

Ci troviamo dunque dinanzi a uno di quei casi di chi, come dice il proverbio, “predica bene e razzola male”. E poi chi!…

 

 

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