Sergio Attilio Lui e «Il tetto dell’anima»: quando la vita è già un romanzo

Settantadue anni, il primo libro. Sergio Attilio Lui arriva alla scrittura dopo una carriera che ha attraversato il management, la sicurezza sul lavoro, l’insegnamento universitario e persino una stagione da bassista in una rock band veronese. Non è il profilo tipico dell’esordiente, e «Il tetto dell’anima» (BookSprint Edizioni, 2026) non è il tipico libro d’esordio. L’autobiografia racconta il 1988: l’incidente stradale quasi fatale, la nascita del figlio Enrico con un’atresia polmonare congenita, i mesi in terapia intensiva neonatale. Ma c’è un filo che scorre parallelo a tutto questo e che il libro racconta con altrettanta onestà: il lavoro. Lui era direttore tecnico commerciale di un’azienda veronese di arredamenti, e nel mezzo della crisi più dura della sua vita viene licenziato. Il modo in cui l’azienda lo congeda, le motivazioni date, e poi la telefonata che arriva pochi giorni dopo per richiamarlo con una promozione perché nel frattempo il figlio del titolare ha avuto un incidente: è una delle sequenze più amare e più vere del libro, e dice qualcosa di preciso sul modo in cui il mondo esterno continua a girare mentre la tua vita si ferma. La conclusione del libro porta un peso aggiuntivo che non anticiperemo, ma che cambia retroattivamente il senso di molte pagine precedenti. Non è una storia a lieto fine. È qualcosa di più onesto.
