Stefano Durante: due chiacchiere su questo libro da “Boomers”
La seconda anima di “OK BOOMER” è fatta di memoria concreta e non solo di carta stampata e di tracce indelebili. Oggetti, luoghi, abitudini e riti quotidiani diventano tracce di un tempo in cui la vita aveva un ritmo diverso, più lento e condiviso. Dalle estati in campeggio alle feste in casa, dalla televisione nascente alle prime esperienze sentimentali, Stefano Durante costruisce una narrazione che funziona… sono capsule di tempo che diviene eterno nella memoria e – forse – non diventa un mero esercizio nostalgico… un libro dentro cui indagare il futuro che si vede a due passi da noi…
Siamo “Boomer” ma io dico sempre: posso scegliere perché conosco il prima e il durante… voi che conoscete solo il durante, come fate a scegliere quale sia meglio? Partiamo da questo simpatico quesito… a te la palla.
Credo che tu abbia centrato il punto quando parli di memoria. Un grande filosofo diceva che è proprio la memoria a renderci davvero umani, e io ci credo molto. La memoria non è nostalgia, non è rimpianto: è uno strumento di orientamento. È quello che ci permette di capire meglio il presente che stiamo vivendo, di fare scelte più consapevoli e quindi di essere, in fondo, più liberi.
Noi “boomer” abbiamo avuto il privilegio (e anche il peso) di vedere il prima e il durante. Sappiamo com’era il mondo prima di certe rivoluzioni tecnologiche, sociali, culturali. E sappiamo com’è diventato. Questo non ci rende automaticamente più saggi, ma ci dà una cosa fondamentale: il confronto. Senza sapere da dove vieni, è molto difficile capire davvero dove stai andando. E spesso è persino difficile capire dove ti trovi. Non si tratta di dire “prima era meglio”. Spesso non lo era affatto. Si tratta di poter dire: “prima era diverso”. E quel diverso ti dà una profondità di campo che cambia il modo in cui guardi il presente. La memoria serve a questo: non a vivere nel passato, ma a non essere prigionieri dell’istante. Se conosci solo il “durante”, rischi di scambiarlo per l’unico mondo possibile. Se conosci anche il “prima”, capisci che il mondo è una costruzione continua — e che quindi può essere cambiato, migliorato, corretto. È lì che nasce la vera libertà di scelta.
Te lo chiedo perché in fondo quel che manca è l’ascolto, come dici… siamo anche nel tempo del giudizio immediato su tutto…
Sì, credo che tu abbia ragione: viviamo in un’epoca in cui l’ascolto è diventato raro. Non perché le persone non abbiano più nulla da dire anzi, forse è il contrario. Oggi tutti sentono di dover dire qualcosa su tutto, subito, e possibilmente prima degli altri.
Il giudizio immediato ha sostituito il tempo della comprensione. È cambiato proprio il ritmo con cui consumiamo le cose. Guarda la musica: brani che durano pochi minuti, a volte pochi secondi di attenzione, playlist che scorrono come carta da parati sonora. Lo stesso succede con le serie, con i video, con le notizie. E, inevitabilmente, anche con i libri: si legge meno, o comunque si legge in modo più frammentato rispetto a una volta. Non è un’accusa, è una constatazione. La comunicazione è cambiata radicalmente.
Oggi comunichiamo molto di più, ma ascoltiamo molto di meno. Reagiamo più di quanto riflettiamo. Commentiamo più di quanto capiamo. È come se fossimo sempre in tempo reale, ma quasi mai in tempo profondo. E l’ascolto, quello vero, richiede proprio questo: tempo. Presenza. Silenzio. Tre cose che sono diventate improvvisamente costose. Non so se questo sia “peggio” o “meglio” in assoluto. So che è diverso. E che questa differenza sta cambiando il nostro modo di pensare, di discutere, perfino di entrare in relazione. È anche da qui che nasce il bisogno di fermarsi ogni tanto e chiedersi: stiamo davvero comunicando, o stiamo solo facendo rumore?
Un libro che fa storia, cronaca o satira secondo te? Col senno di poi…
Col senno di poi direi che “OK BOOMER” è un po’ due libri in uno. C’è una prima parte che è sicuramente più storica, quasi saggistica. Non per vezzo intellettuale, ma per necessità: conoscere il contesto sociale, politico e culturale è fondamentale per capire qualsiasi fenomeno, figuriamoci una generazione così di rottura e così rivoluzionaria come la mia. Senza quel contesto, tutto il resto rischia di diventare folklore o caricatura. Poi c’è una seconda parte dove entrano molto di più la satira, l’ironia, il racconto personale. Ma anche lì, sotto la superficie, c’è sempre la stessa cosa: il cuore, la memoria, l’emozione. Per questo non parlerei di “cronaca”. La cronaca, per sua natura, tende a essere neutra, a registrare i fatti. Questo libro invece prende posizione emotiva. Non giudica, ma partecipa. Non si limita a dire cosa è successo: prova a raccontare cosa si è provato. Se devo scegliere una definizione, direi che è un libro di memoria e di sguardo: usa gli strumenti del saggio, della satira e del racconto, ma per parlare soprattutto di persone, non solo di eventi. Ed è probabilmente questo “doppio registro” che gli dà la sua identità vera.
Quando precisamente hai capito che il mondo avrebbe vinto contro i nostri cambiamenti sognati? Quando abbiamo perso la partita secondo te?
Se devo indicare un punto di svolta, credo che non sia stato un singolo evento, ma una saturazione collettiva. Però, guardandola con gli occhi della storia, direi che gli anni degli omicidi di Aldo Moro e di Guido Rossa, insieme alla stagione delle stragi, segnano un confine psicologico prima ancora che politico. A un certo punto il Paese non ne poteva più. Non ne poteva più della paura, della tensione permanente, dell’idea che tutto fosse sempre sul punto di esplodere. La gente voleva respirare. Voleva leggerezza. Voleva smettere di vivere in stato d’allarme. Ed è lì che succede qualcosa di decisivo anche dal punto di vista culturale.
Un imprenditore milanese, con le sue televisioni, intercetta perfettamente questa stanchezza e questo desiderio di evasione. Non li crea: li capisce. E li trasforma in modello di società. Quello che segue è un vero e proprio rovesciamento culturale. Il mondo costruito dall’utopia, dall’idealismo, dal sogno, dalla cultura hippy, dall’impegno politico e sociale dei giovani viene lentamente smontato e sostituito da qualcos’altro. Alle assemblee subentrano i quiz, i Grandi Fratello, le Ruote della Fortuna…. Ai sogni collettivi subentra l’intrattenimento permanente. Le battaglie femministe, i conflitti, le domande scomode vengono anestetizzati dentro una società che comincia a premiare l’apparire più dell’essere. È il tempo che poi verrà chiamato, non a caso, “la Milano da bere”. Non direi che abbiamo “perso” in un giorno preciso. Direi che ci siamo stancati. E quando una società si stanca, spesso non sceglie il meglio: sceglie il più facile. E da lì in poi il mondo che dovevamo cambiare ha cominciato, lentamente, a cambiare noi.
Questo libro che responsabilità si porta dietro? Ancora la voglia di cambiare le cose?
Io non credo che un libro… o una canzone, come diceva Guccini…possa davvero cambiare il mondo. Sarebbe una bella favola. Però credo molto che possa cambiare qualcosa nella testa di qualcuno. E alla fine il mondo è fatto esattamente di questo: miliardi di “qualcuno”. Se questo libro ha una responsabilità, è forse proprio questa: provare a rimettere in circolo delle domande. Non dare risposte, ma disturbare un po’ le certezze comode. La voglia di cambiare le cose non dovrebbe mai mancare. Noi, allora, volevamo soprattutto una cosa — come scrivo nel libro — volevamo un senso. E volevamo un mondo un po’ più giusto. Non perfetto. Più giusto. E io credo che queste due cose, il bisogno di senso e il bisogno di giustizia, dovrebbero appartenere a qualsiasi generazione. Anche a quelle di oggi. Forse soprattutto a quelle di oggi. Quanto a me, quella voglia non mi è mai passata. E forse dipende anche da una caratteristica dei boomer che viene spesso dimenticata: al di là di tutti i luoghi comuni, siamo stati e in fondo siamo ancora, una generazione geneticamente curiosa. E la curiosità è una forma di giovinezza che non ha età. Forse non abbiamo cambiato il mondo come volevamo. Ma abbiamo provato a dargli un senso. E finché restiamo curiosi, inquieti e capaci di farci domande, il mondo non ha ancora finito di cambiarci davvero. E la partita non è mai del tutto persa.

