Teodosio D’Apolito: quella lezione dei latini sul vino
Ci fermiamo su una lettura che unisce storia, marketing, comunicazione e antichissime radici culturali soprattutto. Si intitola “L’ebbrezza che dissolve gli affanni e move l’animo dal profondo” di Teodosio D’Apolito, quel viaggio anche narrativo che accompagna dentro le vene della cultura classica, viticoltura e filosofia. Attraverso le testimonianze di autori come Catone, Orazio, Seneca e Plinio il Vecchio, il saggio restituisce uno sguardo sorprendentemente attuale sul vino, raccontato non soltanto come prodotto della terra ma come elemento centrale della vita sociale, della memoria e della riflessione umana.
Vino, cultura e poesia. Quanto siamo lontani da tutto questo oggi?
Più che lontani, direi distratti. Il vino continua a essere un fenomeno culturale straordinario, ma spesso lo osserviamo attraverso lenti che ne riducono la complessità. Per secoli il vino è stato religione, letteratura, filosofia, politica, agricoltura, medicina e convivialità. Oggi rischia talvolta di diventare soltanto un prodotto da classificare, fotografare o recensire. Viviamo nell’epoca dell’apprezzamento eterodiretto: ci piace ciò che sappiamo essere apprezzato dagli altri. Non sempre beviamo un vino perché emoziona noi; spesso lo beviamo perché è stato celebrato da qualcuno che riteniamo autorevole. Il giudizio personale viene sostituito dalla delega del giudizio. È un fenomeno che non riguarda solo il vino, ma tutta la cultura contemporanea. La poesia del vino non è scomparsa. Semplicemente parla più piano e per ascoltarla bisogna spegnere un po’ di rumore.
Le macchine artificiali che pensano e che operano ormai in autonomia: quanto sono responsabili di un impoverimento culturale del vino?
Le macchine non sono responsabili di nulla. Siamo noi a decidere come usarle. L’intelligenza artificiale può aiutarci a interpretare dati climatici, prevenire malattie della vite, migliorare la gestione delle fermentazioni e persino comunicare meglio; sarebbe assurdo demonizzarla. Il problema nasce quando la tecnologia sostituisce la riflessione invece di supportarla. Il rischio non è che l’intelligenza artificiale produca vini peggiori. Il rischio è che produca un pensiero più pigro. Se deleghiamo alle macchine la capacità di osservare, interpretare e scegliere, allora smettiamo lentamente di esercitare il nostro spirito critico. La cultura del vino è fatta di domande prima ancora che di risposte. Una macchina può fornire molte risposte. Le domande importanti, almeno per ora, restano un affare umano.
E quanto tutto questo ricade sulla qualità finale?
Dipende da cosa intendiamo per qualità. Se per qualità intendiamo l’assenza di difetti, la stabilità microbiologica o la precisione tecnica, oggi produciamo mediamente vini migliori di quelli di qualsiasi epoca precedente. La tecnologia ha fatto miracoli. Se invece per qualità intendiamo personalità, identità, capacità di raccontare un luogo e una visione, allora il discorso cambia. Un vino può essere perfetto e al tempo stesso dimenticabile. L’omologazione nasce quando tutti cercano di soddisfare gli stessi parametri, gli stessi algoritmi di valutazione, gli stessi gusti dominanti. In quel momento il vino smette di essere un racconto e diventa un esercizio di conformità. La vera sfida contemporanea non è fare vini corretti: è fare vini riconoscibili.
E nella tua vita quotidiana, quanto hai preservato il fattore umano nel tuo lavoro di “creatore di vino”?
Molto più di quanto si possa immaginare. Utilizzo analisi, software, dati e strumenti moderni come qualsiasi enologo contemporaneo ma continuo a considerare il vino un’opera profondamente umana. Le analisi mi dicono cosa sta accadendo, non mi dicono cosa vale la pena fare. Le decisioni importanti nascono ancora dall’osservazione della vigna, dall’assaggio, dal confronto con i produttori, dalla conoscenza delle persone che vivono quel territorio. Un vino non è soltanto la trasformazione dell’uva, è la trasformazione di una serie di scelte umane. E le scelte, almeno quelle che contano davvero, non si misurano ancora in numeri.
E questo libro a chi lo dedichi? Al passato che ha costruito le basi o al futuro che deve riprendersele?
A entrambi, ma soprattutto a chi si trova nel mezzo. Lo dedico a coloro che hanno custodito il vino quando non era una moda, quando era semplicemente parte della vita quotidiana. Contadini, monaci, filosofi, poeti, vignaioli e bevitori che hanno contribuito a costruire un patrimonio culturale immenso. Ma lo dedico anche alle nuove generazioni, perché possano riscoprire che il vino non è soltanto una bevanda né soltanto un mercato. È una delle più antiche forme di dialogo tra l’uomo e la natura. Questo libro nasce proprio da questa convinzione: che il futuro del vino non dipenderà soltanto dalle tecnologie che sapremo inventare, ma dalla cultura che saremo capaci di conservare perché una civiltà che smette di interrogarsi sul significato delle cose finisce inevitabilmente per consumarle senza comprenderle. E il vino, prima di essere bevuto, merita ancora di essere pensato.

