CASO ERIO CODECÀ. UN OMICIDIO RIMASTO IRRISOLTO

Correva l’anno 1952 quando l’ingegnere Erio Codecà uscì dalla sua abitazione e non vi fece più rientro.

Era la sera del 16 aprile di quell’anno e il signor Codecà era appena uscito di casa per portare a spasso il proprio cane quando fu freddato con un colpo di pistola, e ancora oggi, a distanza di tutto questo tempo, il caso resta irrisolto.

Erio Codecà, dopo essersi laureato in Francia nel 1926, entrò a lavorare nella storica azienda FIAT, chiamato a dirigere la filiale romena di Bucarest. All’interno dell’azienda, Erio Codecà, grazie al proprio impegno lavorativo, di strada ne aveva fatta, assumendo più volte incarichi come direttore. Due anni prima che venisse ucciso, all’interno dell’azienda torinese, ottenne l’incarico di direttore della sezione Fiat Grandi Motori, lo stabilimento addetto alla produzione di grandi motori navali.

Il risultato del suo lavoro lo aveva portato a godere di una buona posizione finanziaria, tanto da potersi permettere una villetta in via Villa della Regina, 24 a Torino e una domestica, la signora Rina Bacilieri, che fu l’ultima persona di casa ad averlo visto ancora in vita.

Erano le ore 21.15 circa quando la signora Bacilieri aprì per l’ultima volta il portone di casa all’ingegnere che sarebbe dovuto uscire per portare il cane a fare due passi e la serata si presentava proprio adatta per una passeggiata giacché la temperatura accarezzava il tepore primaverile. 

Richiusa la porta poi, la domestica racconta di avere udito echeggiare lungo la strada un colpo secco che però non aveva saputo distinguere se fosse provenuto dallo sparo di un’arma da fuoco oppure se si fosse trattato del tubo di scappamento di una vettura, perciò non gli aveva dato molta importanza.

Lo stesso rumore fu udito anche dai vicini di casa di Codecà, ma a questo giro, nel dubbio, madre e figlia uscirono in strada a vedere che cosa fosse successo e scoprirono il corpo agonizzante dell’ingegnere disteso per terra a pochi metri dalla sua Fiat 1100 E parcheggiata. Gli occhiali dell’uomo erano per terra, come lo erano le chiavi dell’automobile. Il cane, spaventato, non cessava di abbaiare rivolto verso la collina.

È stata inutile la corsa alla clinica più vicina, perché la vita dell’ingegnere si è spenta ugualmente. Al momento del decesso, Codecà aveva la famiglia al mare. 

La morte dell’uomo pare essere ancora avvolta nel mistero, senza un nome per l’assassino e senza un movente. Tuttavia, se misteriosa è da ritenersi la sua morte, la sua vita e la sua professione non sarebbero da meno.

L’uomo venne raggiunto dal proiettile di una pistola che lo perforò sotto l’ascella destra. Un delitto che lascia l’amaro in bocca non riuscendo a comprenderne il motivo vero. Le indagini hanno cercato di scavare sul caso senza però venirne a capo.

Le ipotesi che sono emerse in tutto questo tempo sono state tante, ma le prime indagini si proiettarono immediatamente, secondo quanto afferma l’allora senatore del Pci, Lorenzo Gianotti, sulla matrice comunista-partigiana e da lì non si sono spostate su altre piste nonostante che dai cassetti della scrivania nell’ufficio di quel direttore fossero emersi fogli scritti in un linguaggio cifrato. Cosa potevano voler dire quei fogli?

Correva, appunto, il periodo postumo agli anni bellici ed era in pieno fermento il clima della guerra fredda. L’America aveva imposto ai paesi dell’Alleanza Atlantica il divieto di commerciare determinati prodotti con i paesi dell’Est. Le ricostruzioni di Gianotti hanno indicato, a tal proposito, determinati dettagli da fare credere che l’omicidio possa avere a che fare con lo spionaggio e il traffico di segreti industriali con i paesi comunisti.

Scrive inoltre, lo stesso senatore Gianotti, che il passato di Codecà riserva delle sorprese. Una volta entrato in Fiat, Codecà fu mandato prima a Bucarest e quindi a Berlino per occuparsi delle filiali dell’azienda torinese. A Berlino ci rimase dal 1935 al 1943, in piena Germania nazista. Tornato a Torino si occupò subito dopo dell’ «Ufficio Germania», con l’incarico di tenere i contatti con il comando tedesco che presiedeva all’industria bellica.

Codecà registra importanti ruoli all’interno dell’azienda torinese, e se anche quello che gli viene assegnato agli inizi degli anni ’50 potrebbe far pensare a una caduta di livello perché chiamato ad occuparsi di autocarri e trattori, la figura di questo direttore, forse in ombra fra i colleghi, pare essere di ben altro peso. Difatti, all’inaugurazione del Salone dell’Automobile del ’51, viene fotografato da La Stampa accanto al presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

Si chiedeva Gianotti se per quell’occasione il direttore de La Stampa, Giulio De Benedetti, avesse deciso di pubblicare la foto del capo dello Stato a colloquio con Codecà perché nella Fiat gli fosse spettata una visibilità esterna. E si chiedeva anche se c’entrassero qualcosa i rapporti d’affari che la Fiat aveva messo in piedi con la Polonia per avere il carbone, rapporti poi interrotti dalle proteste americane.

All’indomani della morte di Codecà, nello stabilimento della Fiat Grandi Motori apparve una scritta vergata con un gessetto che diceva: «E uno!». Altre simili furono poi scoperte in seguito.

 

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