GIANFRANCO STEVANIN, IL SERIAL KILLER DELLE PROSTITUTE

Un lungo racconto che narra lo svolgersi di macabri delitti. Una storia vera in cui il bonaccione del paese assume i contorni del mostro. Del Mostro di Terrazzo. Una storia in cui l’insospettato diventa il protagonista dell’orrore. Il killer della prostitute.  

Gianfranco Stevanin è un uomo dall’aspetto attraente e dai modi gentili di fare. Chi mai si sarebbe potuto aspettare che dietro quella maschera di persona perbene si nascondesse un serial killer? Un serial Killer…

15 Gennaio 1994, è sabato sera. Il freddo e la nebbia avvolgono le strade della campagna veneta. Una ragazza di nome Claudia Pulejo esce di casa e non vi torna mai più. Si tratta di una ragazza molto bella di 29 anni, capelli lunghi e castani. Purtroppo custodisce un brutto vizio, il vizio della droga. È questa la ragione per cui di tanto in tanto Claudia si prostituisce, per pagarsi la droga.

La famiglia, allarmata per il suo non rientro, avverte disperata le autorità che la cercano inutilmente per giorni e giorni. Il rapimento di Claudia è da escludersi, la ragazza non appartiene a una famiglia ricca.

Quella sera Claudia esce indossando un vestito nero scollato, degli stivaloni ed una borsetta per recarsi in quella che alcuni quotidiani hanno definito la “casa degli orrori“. Una casa che si trova nella campagna di Terrazzo, frazione di Legnago, il più grosso comune della provincia di Verona. È la casa del 34enne Gianfranco Stevanin.  

Gianfranco Stevanin è figlio unico di una famiglia di possidenti agricoltori. Malgrado questo l’uomo non è interessato a seguire le orme della famiglia. A lavorare nei campi. A spezzarsi la schiena per fare legna. Lui ha nella testa altri progetti. Altre idee. Altri obiettivi. E l’aspetto bello e alto fanno sì di trovarsi circondato di donne. Di donne anche amiche, e fra queste c’è pure Claudia. Claudia Pulejo.

Il motivo che spinge la ragazza ad andare a casa di Stevanin è quello che lui le aveva promesso 15 scatole di Roipnol, un potente farmaco per le crisi di astinenza, in cambio di alcune foto sexy per le quali lei avrebbe dovuto posare. 

Le rivelazioni della famiglia di Claudia spingono gli inquirenti nella direzione del 34enne, ma lui nega che la ragazza quella sera sia arrivata a casa sua. Tuttavia le indagini si spingono sul passato della giovane da cui emerge non solo che la ragazza fosse una tossicodipendente e che cercasse dosi sempre maggiori di eroina, ma pure che si trattasse di una donna sieropositiva.

L’ipotesi dietro cui in quel momento si sono fermate le indagini è che Claudia, strada facendo, abbia incontrato un potenziale cliente che le possa avere offerto più soldi di Stevanin e che se ne sia andata con lui. La domanda, però, resta quella: dove si trova Claudia Pulejo?  

Passano 8 mesi e una storia simile si ripete in un comune non molto distante, Arzignano. Questa volta la vittima è una cameriera serba, Biljana Pavlovic. La ragazza scompare e nessuno sa niente. 

Si tratta di una ragazza madre fuggita dagli orrori della guerra in Serbia e vive in una stanza dietro il ristorante in cui lavora. Lascia gli orrori della guerra serba con la speranza di un futuro migliore e incontra invece gli orrori di casa Stevanin che pongono fine alla sua esistenza. E secondo la sorella Rasanà , Biljana da tempo viveva con Stevanin.

È presumibile che anche la cameriera serba fosse una prostituta. Il passato di Gianfranco Stevanin lo aveva indotto a cercare rapporti sessuali senza legami, per poi scoprire il mondo delle prostitute.

Figlio di una famiglia benestante molto legata alla fede cattolica, la sua grande passione è il motocross. Gianfranco all’età di 16 anni subisce un grave incidente, proprio con la moto, che gli procura un notevole trauma cranico e una frattura frontale. Viene sottoposto a un’operazione delicatissima e da quel momento per lui le cose cambiano. Il ragazzo si trasforma. 

All’età di 20 anni conosce una ragazza e rimane con lei per 5 anni, fino a quando la ragazza non si ammala e lui, dietro la pressione dei genitori, è costretto a lasciarla. Una famiglia troppo opprimente per lui, una famiglia che gli sta sempre con il fiato al collo, che non lo vuole considerare adulto. Tale situazione, e le brevi esperienze postume con altre ragazze, fanno sì che Gianfranco si dedichi solo a rapporti occasionali, fatti senza legami, per approdare al sesso con le prostitute.

16 novembre 1994, al casello “Vicenza Ovest” dell’Autostrada A4, una ragazza apre lo sportello dalla parte del passeggero di un’auto e fugge via mettendosi a gridare che il conducente dell’auto è armato di pistola. La polizia interviene immediatamente e l’uomo sostiene che stava scherzando e che si tratta di una pistola giocattolo. La ragazza, però, è terrorizzata e vuole raccontare agli agenti la terribile storia che le è capitata.

Gabriele Musger è il nome di questa ragazza, di origine austriaca, che di professione fa la prostituta. Lei racconta di essersi trovata sola lungo la strada quando l’auto di Stevanin l’ha affiancata e lui, con i modi gentili che sapeva far valere, le offre del denaro in cambio di foto sexy. Pattuiscono per un milione di lire e la ragazza accetta. 

Gabriele si fida di lui fino a quando non arrivano al casolare del 34enne. In auto ridono e scherzano, intanto che lui le chiede se è clandestina, se ha con sé i documenti. Si fa dire le sue preferenze sessuali. Appena entrano in casa, però, la situazione cambia. La ragazza si accorge che le macchine fotografiche sono già montate sui cavalletti, già pronte per l’uso, ma in quella stanza ci sono oggetti inquietanti.

Si tratta di coltelli, corde di nylon, bende, insomma tutto il necessario per legare una persona. Inorridita chiede di essere riaccompagnata dov’era prima, ma lui diventa aggressivo. Nell’abitazione di Stevanin, dietro la minaccia di una pistola, quelle che sarebbero dovute essere foto dal colore artistico assumono un colore tetro. La ragazza è succube di lui che la costringe a saziare le sue voglie sessuali dinanzi all’obiettivo della sua macchina fotografica. 

Gabriele, per il proprio bene, è costretta in più occasioni ad assecondarlo anche se tenta di fuggire. La prima volta fugge nel garage di casa ma viene raggiunta e quindi legata; la seconda volta, con la scusa del bagno, cerca di aprire la persiana ma Stevanin se ne accorge, sfonda la porta e la va a riprendere trascinandola per i capelli. 

Disperata, Gabriele confessa al killer di avere dei soldi a casa. 25 milioni in contanti e che sarebbe disposta a darglieli. Pur sospettando di una trappola l’uomo accetta e la fa salire nella sua macchina, e da come lei aveva programmato, raggiunto il casello Vicenza Ovest, apre lo sportello e fugge gridando aiuto.  

Gli inquirenti indagano così sul passato di quell’uomo dall’aspetto sereno, sorridente, gentile e scoprono verità inquietanti. Scoprono che era proprio lui la persona che doveva incontrare Claudia Pulejo la sera della sua scomparsa.

Indagando ancora più sul suo passato vengono fuori contorni sconvolgenti sulla figura di quel bravo ragazzo. Lui ha precedenti penali. Giovanissimo simula il suo rapimento per estorcere soldi ai genitori. A 18 anni rapina una ragazza minacciandola con una pistola finta. A 23 investe e uccide una donna in bicicletta.

L’auto di Stevanin viene posta sotto sequestro da cui spunta un assortimento di oggetti utili a mettere in pratica un’aggressione sessuale.

Gianfranco Stevanin viene così arrestato. Gli vengono dati 3 anni di reclusione per violenza carnale; ma quando gli inquirenti vanno a perquisire la sua abitazione, che condivide ancora con i genitori, nella sua camera da letto scoprono cose inquietanti.

Film e riviste erotiche. Biancheria femminile. Coltelli. Forbici. E persino sacchetti contenenti peli di pube. Ma la cosa più sconvolgente è il ritrovamento di un archivio fotografico che conta oltre 7mila diapositive pornografiche e 40 schede di donne.

Fra quelle schede ci sono i documenti di Claudia Pulejo e Biljana Pavlovic. Dinanzi all’evidenza Stevanin si giustifica dicendo che Claudia gli aveva lasciato il documento come garanzia di un prestito, mentre Biljana si era scordata la borsa a casa sua, e che quindi lui non aveva nulla a che fare con le loro scomparse. E la madre di Stvanin difende suo figlio raccontando agli inquirenti la disavventura dell’incidente con la moto che il figlio aveva subìto e le conseguenze a cui è andato incontro e che sta ancora andando. Quindi suo figlio non è un maniaco è solo un malato.

Il comportamento retto in carcere di Stevanin induce i giudici a concedergli gli arresti domiciliari dopo 7 mesi di reclusione, ma proprio nel periodo che sarebbe dovuto uscire dal carcere, accade che il contadino della famiglia, nel terreno del podere Stevanin, scopre un insolito sacco sottoterra. Insospettito chiama le autorità e al suo interno viene ritrovato il cadavere mutilato di una donna senza nome. Non sanno a chi appartenga. 

Poco distante c’è un casolare disabitato, sempre di proprietà Stevanin, al cui interno vi si trova sangue ovunque: sui muri, sul pavimento. Vengono trovati poi oggetti femminili e dal soffitto pendono fili di ferro con cui Gianfranco ammanettava le proprie vittime. 

Ecco saltare fuori dalle terre dei Stevanin un altro cadavere di donna. Questo corpo riporta dei segni particolari che sulla base delle testimonianze rilasciate dalla sorella della vittima e poi dal DNA, scoprono che quel corpo apparteneva a Biljana Pavlovic.

Gli inquirenti scavano ancora nei terreni di Stevanin e passano 15 giorni che scoprono il cadavere di Claudia Pulejo avvolto in un multistrato di pellicola di nylon.

Gianfranco Stevanin resta in carcere. Dice di avere amnesie, di non sapere come siano morte quelle ragazze. Dice di ricordare solo di avere occultato i cadaveri.

Indagando fra gli scatti fotografici di Stevanin saltano fuori altre le foto che ritraggono due ragazze: una che risulta un prostituta scomparsa ma che di lei non è mai stato ritrovato il corpo, mentre l’altra una ragazza orrendamente seviziata e sottoposta a violenza, prima e dopo la morte.

Al processo Stevanin, l’imputato si presenta in aula con la testa rasata per mostrare la cicatrice che, per la difesa, è la matrice del suo comportamento; ma l’accusa dimostra che il trauma cranico subìto nell’incidente in moto non è la causa della sua condotta. Egli infatti, già dall’infanzia, dimostrava segni di perversione sessuale. Altresì, Stevanin è un uomo molto intelligente, sostiene l’accusa, e dietro a ogni delitto era perfettamente lucido.

La Corte d’Assise di Verona, il 28 gennaio 1998, lo condanna all’ergastolo; ma i difensori di Stevanin chiedono un’altra perizia medica e da questa risulta che il trauma cranico abbia provocato un buco nero nel cervello di Gianfranco e che su alcune cose non fosse in grado d’intendere.

Ma oramai Gianfranco Stevanin è diventato il Mostro di Terrazzo e potrebbe tornare a uccidere. La gente del posto ha dunque paura. Viene così sottoposto a un’altra perizia medica e con la sentenza del 23 marzo 2001 la Corte d’Appello di Venezia riconosce tutte le accuse a lui ascritte e di essere in grado d’intendere e di volere. Pertanto lo condanna all’ergastolo, con 3 anni d’isolamento. Condanna confermata anche dalla Corte di Cassazione.