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Non volo mai, il muratore che sognava di Randolph Carter

 

Randolph Carter sceglie un protagonista insolito per raccontare la propria musica: non un giovane alle prese con il primo amore, ma un muratore di quarant’anni, stanco e disilluso, che fatica a ritrovare la meraviglia nello sguardo verso il cielo. Il brano, secondo singolo ufficiale del cantautore diciannovenne, si muove tra immagini fiabesche e dettagli quotidiani molto concreti, come i palazzi in costruzione o il traffico dell’autostrada. La scrittura richiama per certi versi le atmosfere di Motta, soprattutto nella capacità di trasformare situazioni ordinarie in piccoli quadri poetici, pur mantenendo un’identità testuale personale e ancora acerba, comprensibile per un artista alla sua prima vera prova discografica. Il ritornello, costruito attorno alla metafora dell’airone che non vola mai, resta il momento più riuscito del pezzo, capace di condensare in poche immagini il senso di un’intera esistenza. Qualche riserva riguarda invece la parte centrale del brano, dove il racconto rallenta leggermente e l’arrangiamento, forse fin troppo prudente, non accompagna con la stessa intensità la tensione emotiva del testo. Nulla che comprometta però la riuscita complessiva della canzone, che resta comunque solida nella scrittura e sincera nell’intento. Randolph Carter conferma di avere una voce autoriale già riconoscibile, capace di parlare di temi universali, come la fatica di restare fedeli ai propri sogni, senza cadere nella retorica facile. Un brano che cresce con gli ascolti e che lascia intravedere margini di miglioramento interessanti per i prossimi lavori del giovane cantautore campano. Anche la scelta timbrica della voce, calda e mai sopra le righe, contribuisce a rendere credibile il racconto senza scivolare nel patetismo.