I FANTASMI DELLE VILLE SBERTOLI

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di Roberto Fiordi

Voci, pianti, lamenti e urla strazianti, è quanto si dice provenire dalle celle d’isolamento delle Ville Sbertoli, un complesso architettonico fatto di edifici diversi fra loro, situato sulle colline di Collegigliato, una posizione che sorveglia dall’alto la città di Pistoia.

A qualunque ora del giorno e della notte, dal salone principale della Villa centrale, si racconta che si senta suonare spesso l’antico pianoforte. Ma all’interno di questa villa non c’è nessuno, o quanto meno, non c’è nessuno in carne e ossa.

C’è chi sostiene che venga suonato dal fantasma del figlio pazzo del professor Agostino Sbertoli, ex proprietario della villa.

Realtà? Illusione? Invenzione? Supposizione? Chissà!

Ma chi è Agostino Sbertoli? O meglio, chi era?

Prima di soffermarsi a parlare di lui è opportuno prendere in esame le Ville Sbertoli.

Le Ville Sbertoli sono un complesso di ventisei edifici che sorge in mezzo alla natura delle rotonde colline pistoiesi, inghiottito dagli alti alberi che circondano il villaggio. Un comprensorio che occupa una superficie di circa cinque ettari. E la Villa centrale, nella sua maestosa imponenza, dà quasi l’impressione d’essere surreale. Al suo cospetto sembra di immergersi in un film horror di William Friedkin, dove curiosità e suggestione vanno a nozze con il paranormale e l’esoterico.

Il passato delle Ville c’insegna che sino al 1978 sono state una Casa di Cura per malattie del sistema nervoso centrale, che accoglieva pazienti dell’uno e dell’altro sesso in preda a croniche affezioni; ma poi dismessa e via via abbandonata con l’entrata in vigore, in quell’anno, della Legge Basaglia, che sanciva la chiusura dei manicomi. Una legge tutt’oggi in vigore.

Il fondatore della suddetta struttura fu appunto il dottor Agostino Sbertoli, medico psichiatra.

Uno dei racconti che alita intorno alle Ville, sostiene che siano sempre appartenute alla famiglia e che il professor Sbertoli, persona facoltosa, le abbia poi adattate a Casa di Cura per la salute dell’igiene mentale apposta per prestare le pertinenti cure a uno dei suoi figli affetto da gravi patologie mentali, senza la necessità da parte di questi che si distaccasse dai luoghi a lui più familiari. Il professore aveva fatto propri i pensieri e le dottrine sulla “terapia morale” impartitegli dal direttore del manicomio San Benedetto di Pesaro, dottor Giuseppe Girolami – dove aveva lavorato -, secondo cui per stimolare la ragione dell’alienato fosse necessario impegnare questi in pratiche lavorative, nell’istruzione, nelle pratiche religiose, nelle attività sportive e nello svago; e inoltre considerava di fondamentale importanza la struttura del manicomio, la sua ubicazione, l’igiene e l’organizzazione. Era dunque necessario mettere il più possibile a proprio agio il degente.

Secondo un’altra storia, sempre legata alla terapia morale, che faceva parte dei capisaldi del dottor Sbertoli, il professore aveva scelto di costituire una Casa di Salute a Collegigliato proprio perché lo aveva riconosciuto un luogo che offriva il clima ideale per lo stare bene, e prima di lui, nei secoli XVII e XVIII, già alcune famiglie patrizie pistoiesi avevano individuato la stessa cosa e avevano realizzato alcune importanti ville, con tanto di poderi.

Se anche già nel Cinquecento si era aperto un dibattito sulle cure per le malattie mentali, e nel corso di tutto il Settecento aveva avuto inizio anche in Italia una politica di ospedalizzazione per gli alienati ricchi e poveri, con il ricovero indifferenziato, gli uni dagli altri, nei grandi ospedali, per giungere poi, nell’Ottocento, all’istituzione manicomiale privata, dietro l’insistente richiesta da parte delle famiglie più agiate, a metà sempre dello stesso secolo, i manicomi privati erano ancora pochi in Italia, ed erano distribuiti fuori dal Centro; pertanto, Agostino Sbertoli, aveva ritenuto opportuno realizzarne uno proprio in Toscana.

Nel 1868 prese in affitto una delle due dimore signorili, villa Franchini Tavani, che poi ne fece l’acquisto nel 1871; dopodiché, nel 1876, acquistò pure l’altra tenuta, villa Rosati, di dimensioni maggiori rispetto alla prima e separata da essa da una via, il tutto per dar vita al suo ambizioso progetto.

Il Manicomio in breve tempo acquistò notorietà e il professore, per accogliere le numerose richieste di ricovero provenienti anche da oltre il confine nazionale, fu costretto ad ampliare il complesso sanitario, costruendo nuovi edifici.

I pazienti furono suddivisi nelle varie strutture in base al sesso, al ceto familiare, alla gravità e tipo di malattia. Nelle Ville Sbertoli venivano curati degenti affetti da vari tipi di disturbi mentali: depressione, delirio cronico, esaltazione maniacale, follia, ipocondria, ma pure alcolisti, epilettici e altro ancora.

I metodi per le cure erano di svariato genere, si ricorda addirittura il ricorso all’uso della corrente elettrica nella cura delle paralisi leggere, si ricorreva all’idroterapia, all’utilizzo di ghiaccio sulla testa, all’applicazione di mignatte e vescicanti sulla testa e all’ano.

La casa di cura era dotata pure di Villini, realizzati per i casi cronici, incurabili e per i malati incuranti delle pulizie e delle buone regole della convivenza. Questi Villini offrivano una soluzione quasi carceraria: erano costituiti da un ingresso principale che s’immetteva in un corridoio trasversale, sul retro della villa, su cui si aprivano sei camere, un bagno e una latrina.

Le camere, per dimensione, erano tutte uguali, dotate di porte-finestre, provviste ciascuna di una fitta rete metallica fissata e fermata a una robusta inferriata che partiva dal pavimento e s’innalzava per tutta la lunghezza dell’anta. Le porte-finestre, costituite in vetro nella parte superiore e in legno in quella inferiore, conservano ancora oggi la caratteristica d’essere rientranti sui muri. Queste si chiudevano e si aprivano dal fuori.

Le pareti erano state verniciate a olio per favorirne la pulizia; e la loro particolarità è di essere doppie, con un vuoto d’aria al centro di cinque centimetri per l’intera estensione, in modo da impedire la trasmissione all’esterno di voci e rumori. Analoga soluzione per le porte, formate anch’esse da doppie tavole, divise fra loro da un’imbottitura di ovatta, destinata a imprigionare i rumori all’interno. Le porte sono dotate di un rosone al centro con apertura, dalla quale è possibile, dall’ingresso trasversale, osservare il degente. Nella porta c’è una robusta serratura con un unico foro per l’apertura dalla parte esterna.

Le stanze non erano arredate tutte allo stesso modo, bensì a tema: c’erano persino due camere utilizzate per casi particolari, dove una di queste era sprovvista di mobilia che di volta in volta veniva adattata in base alle esigenze. Non mancavano casi in cui in quella stanza fosse impiegato un letto speciale a gabbia per gli epilettici. L’altra stanza era destinata a ospitare i casi più difficili, quelli in cui i malati avevano la tendenza a farsi male e perciò le pareti erano state imbottite, come pure il letto e la rete della porta-finestra.

Delle rimanenti quattro, tutte quante arredate semplicemente da un letto in ferro battuto saldamente fissato al pavimento e una seggetta anch’essa fissata al pavimento e al muro, ce n’era una chiamata “Azzurra”, destinata a persone agitate. Il nome della stanza è tratto non solo dal colore delle pareti, ma anche dal vetro della finestra che filtrava la luce. Su una parete in alto era stato affisso un disco lucente che aveva lo scopo di attrarre a sé gli sguardi dell’ospite, che assieme al rumore costante dei battiti di un orologio a pendolo posto a poca distanza, secondo alcune teorie, avrebbero favorito la calma del paziente.

Un’altra particolare caratteristica è l’utilizzo del bagno, uno stanzino a forma ottagonale e di dimensioni molto ridotte, dentro cui il paziente non poteva né uscire e né farsi del male. Qui veniva fatta la cura delle immersioni in acqua fredda e calda. Facevano scendere l’ammalato nel bagno, sigillavano la porta, aprivano il finestrino di sorveglianza e sottoponevano l’ammalato al trattamento d’idroterapia, con gettiti d’acqua provenienti dalle pareti e dal pavimento.

Le Ville Sbertoli, pur essendo state una delle cliniche private più esclusive fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, restava pur sempre un luogo di reclusione, dove il paziente perdeva i contatti col mondo esterno, rischiando di finire a poco a poco di perderli anche con sé stesso. Lo dimostra il caso di uno dei personaggi più illustri ricoverati. Si tratta del poeta bolognese Severino Ferrari, amico del Pascoli e del Carducci, il quale giunse a Pistoia già affetto da paralisi progressiva e sifilide contratta in giovane età; ma durante il ricovero, il poeta, finì con il perdere l’autonomia nelle decisioni riguardo agli aspetti più pratici, come avere la possibilità di un guardaroba personale che potesse permettergli la libera scelta dell’indumento, stessa cosa per le finanze. Tutto questo viene dimostrato dalle lettere che la moglie di Severino scambiava con il manicomio. La degenza di Ferrari alle Ville è durata poco meno di un anno, dal 18 gennaio 1905 al 24 dicembre dello stesso anno, che segna anche la data della sua morte.

Visitando l’interno delle ville è possibile rendersi facilmente conto del loro contraddetto passato, dove all’altezzosità di nobile residenza, abitata in precedenza da famiglie aristocratiche, con le loro prerogative, la loro forza conservatrice e i loro ozi, si va a sostituire una caserma di dolore, follia, amarezza e quindi il tormento dei malati reclusi. C’è chi dice che ci fossero stati persino pazienti curati con terapie sadiche.

Sulle pareti sono ancora visibili disegni agghiaccianti di mostri, demoni, bambini con il fucile in mano e altre cose ancora; in altre parole tutte immagini prodotte da menti non sane. Le leggende che sempre avvolgono le antiche ville per fare di esse, per antonomasia, un feudo del mistero e dell’ultraterreno, raccontano che a realizzare queste opere siano stati i fantasmi, forse dei folli che hanno vissuto nelle Ville Sbertoli e che ancora oggi continuano ad abitarle, aggirandosi per le stanze.

Agostino Sbertoli morì nel 1898 e la proprietà delle ville spettò al figlio Nino, anche lui medico, che nel 1901 lasciò la conduzione individuale della Casa e si associò alla casa di cura fiorentina “Ville Casanuova” di Giuno Casanova. Nino fece ampliare le strutture all’interno del complesso e costruire una centrale elettrica. Nel 1920, poi, lasciò del tutto l’attività, vendendo il manicomio a un gruppo di medici e professionisti che costituirono la “Società Ville Sbertoli s.r.l.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale costituì, però, l’inizio di un grave periodo di crisi economica. L’aumento dei costi dei generi utili quotidiani del manicomio e degli stipendi dei dipendenti, come anche la svalutazione della moneta, portarono un aggravio insostenibile di costi di gestione alla società che rese inevitabile la cessione del manicomio alla Provincia di Pistoia che lo convertì in Ospedale Neuropsichiatrico Provinciale.

Dal 1979, nelle ville ancora aperte, erano ricoverate circa trecento persone, assistite da medici e infermieri, un numero di pazienti che via via andava sempre più scemando sulla base dei programmi interni, sino ad arrivare alla chiusura definitiva del villaggio-manicomiale nel 2006.

Oggi il villaggio è di proprietà ASL di Pistoia, ed è completamente abbandonato.

Nonostante che la facciata di Villa Rosati si presenti al quanto fatiscente, la maestosa scalinata interna e tutti gli affreschi si presentano ancora in buono stato di conservazione.

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  1. Immagine fonte Google