IL CASO DEL RICERCATORE REGENI IN EGITTO NON SI TRATTA DI UN CASO ISOLATO

di Roberto Fiordi  13/02/2016

Se il caso Regeni è un caso che riguarda la scorsa settimana, la cronaca ci riporta anche a questa in quanto dietro agli sviluppi sulle indagini è emerso che il giovane è stato torturato prima di essere ucciso e nella maniera più atroce. Oltre a segni di percosse intorno agli occhi provocati da violenti pugni sferrati con audacia cattiveria, sono state riscontrate fratture alle falangi, alle costole, al torace, alla schiena e sulle scapole. Nel suo corpo sono comparsi segni di bruciature da sigarette, ferite con arma da taglio. E ad aggiungersi a questo feroce martirio, vi sono gli atroci dolori a cui è stato sottoposto il giovane,  dovuti alla mozzatura delle orecchie e allo sradicamento delle unghie delle dita delle mani e dei piedi. L’Egitto esclude nella maniera più categorica il coinvolgimento da parte della polizia locale, ma i metodi di tortura e di uccisione adottati sul giovane 28enne ricercatore sono tipici da polizia segreta. Il colpo di grazia sembra essergli giunto da una violenta torsione del collo che ha provocato la frattura della colonna cervicale.

All’insistenza del governo egiziano che continua ad affermare che per loro si è trattato di un omicidio legato alla criminalità, il ministro degli Esteri italiani, Paolo Gentiloni, è tornato a chiedere maggiore collaborazione e trasparenza alle autorità del Cairo sul caso Regeni, ma dal Cairo sembra che arrivino risposte vaghe, inefficienti, da far pensare che vogliano nascondere qualcosa. Lo dice anche il cellulare di Giulio che le autorità egiziane insistono a dire che non è mai stato ritrovato; e sarebbe un elemento essenziale alle indagini non solo per stabilire il traffico telefonico della vittima e i suoi contatti, ma soprattutto per mappare gli spostamenti effettuati. Prima della sua sparizione era intercorsa una telefonata con un amico, dopodiché il cellulare è risultato spento.  E intanto alla voce del nostro ministro degli Esteri si unisce quella di 4600 accademici che chiedono la verità sulla morte del 28enne friulano.

L’organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, conosciuta sotto il nome di Human Rights Watch, ha definito l’attuale regime di Al-Sisi più violento e repressivo di quello precedente di Mubarak, dove esplode un’epidemia di torture all’interno delle carceri e dei commissariati egiziani.

Pur non essendo stato un appartenente ai servizi segreti, è giunta notizia che Giulio Regeni fosse stato posto sotto attenzione dalla sicurezza egiziana già da quattro mesi. Egli, sembra, che sia stato fermato dalla polizia appena sceso dalla metropolitana perché, appunto, sospettato. È stato inoltre presunto, che sia avanzata la richiesta di fare da infiltrato, perché i suoi sequestratori erano a conoscenza dei contatti che aveva, ma al suo rifiuto la situazione è precipitata secondo le regole che si attuano in uno Stato di polizia.

In Egitto ci sono diverse organizzazioni messe in piedi per avvalorare diritti locale e internazionali, che in più occasioni hanno denunciato con forza le torture e i metodi inerenti adottati dalla polizia egiziana. Dichiarazioni, però, rimaste senza ascolto e senza risposta sino al caso Regeni, un caso che ha smosso tutte le acque a livello internazionale, tanto che il New York Time ha scritto che molto probabilmente il caso sarà sollevata all’incontro fra il   Segretario di Stato degli Stati Uniti Kerry e il ministro degli Esteri egiziano Shoukry.

C’è tuttavia chi l’assassinio di Regeni non lo vede come un delitto politico bensì un delitto d’altra natura. A fare certe ammissioni è il professor Massimo Campanini, italiano, studioso e apprezzato storico dell’Oriente arabo e della filosofia islamica. Questi in un’intervista sostiene di escludere che le forze di polizia possano aver agito in questo modo, dal momento che l’Egitto in questo momento è un Paese che necessita. Non avrebbe alcun senso inimicarsi Paesi tutto sommato amici come l’Italia e in parte anche la Gran Bretagna a cui il nostro ricercatore era in un certo senso legato. Se Giulio si nascondeva nei suoi articoli sotto uno pseudonimo, continua a dire il professore, dietro a tutto ci doveva stare ben altro dal momento che ci sono altri stranieri che redigono articoli di critica al regime senza nascondersi sotto falso nome.

E se dunque le considerazioni dell’orientalista italiano fossero esatte, molto probabilmente le indagini si troverebbero ad essere ancora in alto mare.


  1. Immagine finte Google