MAURO PETRARCA: dal Duecento allo sciacquone

Una viola da gamba, strumenti antichi e uno sciacquone trasformato in elemento ritmico: siamo a Castel di Sangro in provincia di L’Aquila, siamo con Mauro Petrarca che torna al suo gusto per il paradosso con “Dovunque vai con teco porti il cesso”, mettendo questa volta in musica i versi del poeta goliardico duecentesco Rustico Filippi. Tra oscure visioni cimiteriali e ossimori di goliardia e comicità, dove il teatro dell’assurdo va di scena e quasi diviene un piccolo frammento alla Tim Burton. È la prima occasione in cui l’artista abruzzese rinuncia alle proprie liriche, ma non certo alla sua poetica: la feroce invettiva medievale trova infatti una naturale prosecuzione in quell’incontro tra cultura alta, macabro, ironia e straniamento che accompagna da sempre il suo percorso. Sentieri onirici di una voce antica del duecento: e poi questo modo quasi crooner di raffigurare la propria voce, lontana anni luce da qualsivoglia forma canzone. Il coraggio di inventare nuove vie di fuga dall’omologazione… il teatro va di scena con e senza maschere.
